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Geopolitica digitale: ecco chi sta vincendo la sfida tecnologica

Con l’avvento dell’intelligenza artificiale sembra di rivivere la gara allo spazio degli anni della Guerra fredda. Le grandi potenze si sfidano nel campo intangibile del digitale. Due i protagonisti: Usa e Cina. La questione si intreccia con la sicurezza nazionale, l’autonomia digitale e con la corporate governance

Massimo Fubini, fondatore e amministratore delegato di ContactLab

Un divario quasi incolmabile: il riferimento è alla distanza in termini di sviluppo tecnologico, ricerca, capacità di fare sistema che separa l’Europa da Usa e Cina nella corsa alla supremazia delle moderne tecnologie digitali. Secondo Massimo Fubini, fondatore e amministratore delegato di ContactLab, azienda specializzata in soluzioni e consulenza di digital direct marketing, esperto di cybersecurity e board member, in questo settore si giocano anche, se non soprattutto, gli equilibri geopolitici dei prossimi anni.

Quali sono le principali potenze tecnologiche nel campo digitale e dell’IA?

Due sono i player principali, Usa e Cina. Dietro questi colossi è possibile individuare un nucleo di Paesi che ha sviluppato più di altri le tematiche dell’IA con forti ricadute in ambito geopolitico. Mi riferisco in particolare a Israele, nazione molto avanzata nel machine learning che consente di analizzare in maniera approfondita i fenomeni partendo da una grande mole di dati. In Europa il Regno Unito vanta diverse eccellenze anche grazie al contributo di numerose Big Tec americane che hanno realizzato avanzatissimi centri di ricerca focalizzati su IA; una buona base di ricerca è possibile trovarla anche in Francia, poi sicuramente nella Corea del Sud anche per la presenza di importanti nomi dell’high tech. Infine, anche se ci sono poche informazioni, la Russia è un Paese molto avanzato da questo punto di vista che adotta un approccio piuttosto offensivo. Non è un caso se gran parte dei gruppi hacker operino da questo Paese.

Il Vecchio Continente, quindi, partecipa a questa “competizione” con singoli Paesi, in ordine sparso. E l’Italia?

Anche da noi esistono alcune punte di eccellenze nella ricerca universitaria e nelle società, come per esempio Translated.com, azienda romana che tra i primi ha usato l’intelligenza artificiale per le traduzioni ed è uno dei principali player mondiali in questo settore usato da molte big tech americane. Di certo siamo poco attrattivi: nessuno viene qui a studiare IA anche se vantiamo centri universitari molto avanzati in ambiti che sono alla base di questa tecnologia, come nella matematica alla Normale di Pisa. Si pensi poi al consorzio interuniversitario Cineca che ha investito sui supercomputer mettendo a disposizione una grande potenza di calcolo per numerosi progetti. In generale i ricercatori italiani sono bravi e li troviamo in giro per il mondo ma non esiste una rete che lavori in maniera coordinata. L’incapacità di fare sistema rappresenta il principale punto debole non solo del Paese ma anche dell’Europa.

Quali differenze segnala fra questi Paesi nell’approccio a queste tecnologie?

La prima riguarda le risorse: il mercato del venture capital statunitense mette a disposizione una enorme mole di investimenti che attira i migliori ricercatori. Loro competono usando un cannone quando noi, intendo l’Europa, abbiamo a disposizione una fionda. Poi ci sono gli investimenti pubblici. Anche in questo caso la fanno da padroni Usa e Cina per una questione di peso delle rispettive economie. Dove Pechino spicca è nell’approccio al tema dell’open source: tutti i modelli di IA negli Stati Uniti sono chiusi. In Cina, al contrario, dominano quelli aperti e pubblici, tutti sono obbligati a lavorare sullo stesso ecosistema e a condividere i risultati. Dal punto di vista di chi fa ricerca si tratta di un enorme vantaggio che si traduce poi in un’estrema capacità di sfornare innovazioni a basso costo. Qualche mese fa fece molto scalpore la notizia dell’uscita di modelli IA  a ridotto consumo di energia che potevano girare su processori normali.

Le tecnologie digitali e l’IA sono oggi utilizzate anche come armi: quali sono le nazioni più “efficaci” da questo punto di vista?

Notiamo che le nazioni impegnate in conflitti in campo aperto o in operazioni di vigilanza allo scopo di scongiurare attacchi stanno sviluppando velocemente tecnologie sempre più avanzate. Si pensi ai passi avanti compiuti dai droni, dovuti in particolare all’uso operativo nel conflitto russo-ucraino. Alla base di questi assetti c’è proprio un largo utilizzo dell’intelligenza artificiale. La Russia è molto avanti anche sul fronte della cyber guerra con attacchi a infrastrutture sensibili non solo ucraine. Anche Israele è un punto di riferimento. La guerra, purtroppo, rappresenta un terribile acceleratore dello sviluppo tecnologico.

Gli attacchi cyber verso potenze straniere sono legali in Europa? Esistono Paesi europei che hanno realizzato unità per il dominio cyber?

Non lo sono. Nonostante ciò, reparti militari specializzati sono presenti in quasi ogni esercito, anche se di piccole dimensioni e ancora privi di un’esperienza estesa come da altre parti. In Italia il ministro Crosetto ha sottolineato l’attualità e il costo delle guerre ibride e investendo in cyber difesa; sono iniziative importanti ma ancora una volta dobbiamo dare più sistema. Siamo assolutamente e troppo dipendenti da sistemi di terze parti/altri Paesi. Non dobbiamo certo ricostruire tutto da zero e renderci del tutto indipendenti (non sarebbe neanche possibile oltre che auspicabile) ma non possiamo non avere un piano B. Siamo decisamente troppo vulnerabili. Cosa succederebbe se da un momento all’altro per motivi geopolitici non avessimo più accesso al Cloud di Microsoft o Google o AWS? Avremmo un blocco totale delle operazioni o temporaneo? E in quanto tempo saremmo in grado, se lo saremmo, a ripartire?

Quali sono i risvolti sul fronte della governance delle aziende, sempre di più esposte ad attacchi e minacce?

Fino a pochi anni fa la componete tecnologica all’interno delle aziende era considerata roba da smanettoni, o al massimo materia di competenza del chief information officer. L’aumento esponenziale degli attacchi ad aziende a scopo estorsivo e lo scenario geopolitico, hanno adesso proiettato il tema della tecnologia e dei rischi connessi in cima all’agenda dei cda. Il perché? In primo luogo, ci si è resi conto dell’impatto devastante che un attacco cyber può avere sulla continuità produttiva, sulla reputazione complessiva, sul valore di mercato. Come sempre in Europa c’è stato un approccio al problema di tipo regolatorio, si pensi a Dora e a Nis2 che prevedono responsabilità dirette a carico degli organi e sanzioni con la necessità di dimostrare la due diligence sul tema cyber. Se da un lato qualcuno ha criticato un eccessivo onere regolamentare dall’altro si può evidenziare che il mercato è stato costretto a sviluppare una forte sensibilità su questi temi. Se un anello della catena – impresa privata o pubblica non importa – è debole e si espone ad attacchi, si rischia di rendere vulnerabile tutto il sistema. Per questo il tema della sicurezza digitale investe anche l’ambito della difesa e dell’interesse nazionale.

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