Un nuovo Occidente che deve guardare sempre più a Oriente
La fine del secolo americano con il progressivo disimpegno degli Usa dal ruolo di gendarme globale sta aprendo anni di incertezza. Il mondo a blocchi appare adesso come un variegato puzzle i cui pezzi stanno cercando una nuova sistemazione per restituire un disegno che abbia un senso. Cosa dobbiamo aspettarci?
Gabriele Natalizia, docente di Sicurezza e politica internazionale presso Sapienza Università di Roma
La fine di un’epoca: la globalizzazione, così come è stata pensata, impostata e modellata dagli stessi Usa nonché dai loro principali alleati e partner, ha dato modo a potenze non allineate con il mondo Occidentale di crescere fino al punto di sfidare lo stesso primato americano. Washington di fatto ha finito per regalare un vantaggio strategico alla Repubblica Popolare Cinese che adesso è diventato il suo principale competitor a livello internazionale e non soltanto dal punto di vista economico. “Per questo motivo oggi – afferma il professore Gabriele Natalizia, docente di Sicurezza e politica internazionale presso Sapienza Università di Roma – la globalizzazione viene rappresentata dall’amministrazione Trump, anche se era stata già oggetto di critiche negli anni di Biden, come una truffa ai danni degli Stati Uniti”.
Professore, quali sono le conseguenze più dirette di questo nuovo approccio?
In primo luogo, l’adozione dei dazi allo scopo di ridurre il deficit commerciale e soddisfare l’opinione pubblica interna. Il presupposto è che la globalizzazione non ha arricchito gli Stati Uniti ma al contrario li ha impoveriti. Il conto più salato lo hanno pagato gli operai americani, ma anche la middle class si è impoverita. Non solo: i frutti delle ricerche e dell’avanzamento tecnologico a stelle e strisce, nella visione trumpiana, sarebbero stati rubati da altri Paesi e inseriti all’interno di processi di standardizzazione che hanno permesso alla Cina, in particolare, di diventare sostanzialmente un pari degli Stati Uniti e quindi un diretto competitor strategico.
Ecco perché il tipo di globalizzazione impostata su un’apertura totale dei mercati dove gli Stati Uniti assumono il ruolo di prestatore di sicurezza in ultima istanza è caduta in disgrazia. Va detto che ciò accade già nel 2007-2009 quando l’allora presidente Barack Obama decise di non intervenire per tamponare la crisi finanziaria appena scoppiata e anzi cercò di scaricarne alcuni dei costi all’esterno.
Cosa ci può dire degli aspetti più prettamente geopolitici di questo cambio di passo?
Durante l’amministrazione George W. Bush si parlava molto del ventunesimo secolo come il New American Century. Questa visione adesso è in discussione, messa in dubbio proprio dalle potenze revisioniste che fin dal 2007 hanno iniziato a chiedere, prima sommessamente, e poi a gran voce, un cambiamento della distribuzione delle risorse a livello internazionale. In gioco c’è lo stesso primato statunitense. In questa fase storica, quindi, stiamo assistendo a una competizione al momento non violenta o non direttamente violenta tra i principali competitor.
Ha fatto riferimento in primo luogo alla Cina. In che modo sta insidiando la supremazia americana?
È ormai evidente che c’è un Paese con un progetto egemonico alternativo a quello statunitense, la Repubblica Popolare Cinese. Tale disegno, ancora nell’ultimo decennio, non era chiarissimo nei suoi contorni. Non si capiva, infatti, se Pechino volesse solamente un cambiamento di rapporti di forza nell’area su cui insiste direttamente, ovvero l’Indo-Pacifico, oppure a livello globale. Adesso, invece, siamo in grado di dare una risposta: il lancio della BRI (Belt and Road Initiative), il potenziamento delle forze armate, la creazione di una Banca Asiatica d’Investimento per le infrastrutture, la penetrazione in Africa e i primi tentativi di negoziazione, tra l’altro ben riusciti, in Medio Oriente, sono la dimostrazione che la Cina ambisce a presentarsi come attore globale, potenzialmente alternativo agli Stati Uniti.
Che ruolo vede per l’Europa?
Marginale. L’Europa, già con la guerra fredda, diventa periferica a livello internazionale pur continuando a essere strategicamente centrale: innanzitutto perché era il continente economicamente più dinamico, la vera posta in gioco che si contendevano le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica. Se mai ci fosse stato uno scontro, il casus belli si sarebbe probabilmente verificato proprio in Europa, forse nella città di Berlino, non a caso divisa dal famoso muro. Adesso le cose sono molto diverse. Il Vecchio Continente ha perso importanza economica, aspetto messo nero su bianco proprio dalla National Security Strategy di Trump, dove si ricorda che nel 1990 l’Europa pesava il 25% del GDP mondiale mentre oggi soltanto il 14%.
La partita, quindi, si gioca tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese con la Russia nel ruolo di junior partner, in un quadrante strategico ben lontano dall’Europa, l’Indo-Pacifico. Un cambio di prospettiva radicale già emerso ai tempi di Barack Obama. L’Europa è messa adesso ai margini, perciò o ci rendiamo in qualche modo indispensabili, utili per gli equilibri internazionali, oppure siamo destinati a contare sempre di meno.
Quello che gli Stati Uniti ci chiedono, impegnati come sono a contenere la Cina, è di badare noi alla nostra sicurezza. Quindi, di impegnarci di più nel Mediterraneo, parte dell’Africa, fianco est dell’Alleanza atlantica e zona artica. Queste richieste, del resto, sono esplicitate sempre nel National Security Strategy del 2025: se l’Europa vuole contare deve realizzare concretamente una relativa autonomia strategica che riesca a incidere sulle dinamiche di sicurezza in ossequio al principio del Burden Sharing che prevede la distribuzione di costi, rischi e responsabilità tra più parti.
Gli americani cosa ci stanno dicendo esplicitamente? “Se siete tra i Paesi che hanno guadagnato di più dall’ordine internazionale scaturito alla fine della guerra fredda perché pagate così poco per la difesa di quell’ordine?”. L’idea del Burden Sharing nasce con Obama che mette sul piatto al summit della NATO in Galles nel 2014 la richiesta del 2% del Pil in spese per la difesa; Trump continuerà nel suo primo mandato a richiederlo, Biden è il primo presidente che incassa un primo grande successo perché la maggior parte dei paesi NATO con la sua presidenza assolve alla promessa del 2% nel 2024, anche se a causa della guerra in Ucraina, e oggi Trump alza la posta in gioco al 5% chiedendo maggiore impegno agli alleati anche in scacchieri lontani. L’Italia in questo caso si sta comportando con lungimiranza come dimostrano la sua partecipazione ad esercitazioni militari nell’Indo-Pacifico e lo schieramento di forze proprio lungo il confine orientale della Nato.
Quale impatto sulle imprese da questa situazione in rapida trasformazione?
Ne ho parlato recentemente all’evento annuale dell’industria nautica. Il messaggio che mi sento di dare e che era condiviso anche dagli altri relatori è che ci troviamo di fronte a uno scenario che, almeno nel medio-lungo periodo, sarà irreversibile. Non dobbiamo cadere nell’errore di convincerci che appena Trump non sarà più presidente degli Stati Uniti, si tornerà indietro nel tempo. Ricordo che Obama provò a rilanciare i rapporti economici tra Europa e Stati Uniti proponendo il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), cioè una zona di libero scambio tra Europa e Stati Uniti che però aveva un obiettivo uguale a quello perseguito da Trump: ridurre il trade deficit. Allora siamo stati noi europei a far saltare l’accordo. Il primo Trump inizia con la politica di dazi rivolti ai rivali strategici, perciò, soprattutto contro la Cina e contro l’Iran; con Biden la politica di dazi finisce ma si lanciano due politiche di fatto protezionistiche – l’IRA e il CHIPS Act – che mirano a far spostare la produzione in alcuni settori strategici dall’estero verso gli Stati Uniti.
Oggi torniamo a una politica più diretta in cui si impongono dazi non solo contro i rivali strategici ma anche nei confronti degli alleati e dei partner. Nessuno farà marcia indietro da questo approccio a prescindere dal colore politico perché la priorità degli Usa è cambiata: non più l’apertura dei mercati o la diffusione della democrazia, ma il mantenimento del primato globale a qualsiasi costo. Tutto quello che viene visto come un inutile dispendo di forza o, addirittura, come qualcosa che sottrae risorse a questo obiettivo strategico va rigettato.
Quindi riassumendo il disimpegno americano dall’Ucraina è frutto della volontà di prepararsi per il vero nemico, la Cina?
Siamo testimoni di qualcosa di eccezionale: la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione russa sono allineati contro gli Usa. Era già successo negli anni 50 e il risultato era stata la guerra di Corea anche se allora l’Unione sovietica era il major partner di quell’allineamento, mentre la Cina era nel ruolo di junior partner. Così gli americani cominciano a lavorare ai fianchi la Cina per farla allontanare dall’Urss e concedono a Pechino il famoso seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu dove prende il posto della Repubblica di Cina-Taiwan. Poi inaugurano la one china policy secondo cui esiste una sola entità sovrana chiamata “Cina”, e si riconosce che la Repubblica Popolare Cinese è il suo rappresentante legittimo. In questo modo negli anni 80 di fatto Pechino e Mosca sono ormai disallineate.
Adesso Trump sta provando ad adottare la stessa strategia di Kissinger, ovvero convincere il partner meno forte, in questo caso la Russia, ad allontanarsi da quello più preoccupante e forte nella convinzione che sarebbe molto più facile sconfiggere una Cina isolata piuttosto che un pericoloso duo sino-russo. Il Paese che più si è avvantaggiato da quanto sta succedendo in Ucraina è propria la Cina. I russi hanno un’economia riconvertita al militare e si troveranno per le mani territori da ricostruire. Il tutto condito da un’immagine internazionale compromessa. Se la Federazione russa vuole sopravvivere economicamente oggi deve assentire a ogni richiesta proveniente da Pechino. La sua valuta di scambio è diventata lo yuan, il suo sistema bancario vive agganciato a quello cinese. L’idea di Trump è di cercare di discostarli anche perché i due Paesi non si amano affatto.
Qual è la prima cosa da fare quindi? Secondo l’amministrazione Trump è chiudere la partita con l’Ucraina. Le prime uscite di Trump sono state molto dure e anche un po’ preoccupanti nei confronti l’Ucraina, ma servivano l’obiettivo di recuperare terzietà nei confronti dei contendenti. Da qui la scelta di dare qualche “schiaffo in faccia” a Zelensky, per dimostrare che gli Usa erano tornati essere credibili come negoziatori.
L’attenzione degli Usa è quindi ormai tutta a Oriente. In quest’ottica che ruolo ha l’India?
L’India è un peso massimo per le sue caratteristiche demografiche, per la collocazione geografica e per il suo arsenale nucleare. Non può non essere parte dell’equazione strategica: questo l’ha capito la prima amministrazione Trump, lo ha confermato quella Biden e sembra sia ancora più chiaro adesso. Gli alleati tradizionali nell’area dell’Indo-Pacifico come Giappone, Australia, Corea del Sud e Nuova Zelanda non bastano più agli Usa per contenere la crescita cinese ma serve un contrappeso anche in Asia occidentale.
Anche l’Italia ha fiutato l’aria ha cambiato atteggiamento nei confronti di Nuova Delhi. Il progetto Imec (India–Middle East–Europe Economic Corridor) che dovrebbe unire il subcontinente con il porto di Trieste è alternativo alla Bri, la risposta del mondo occidentale alle ambizioni cinesi. L’India è strategica anche in funzione di un miglioramento dei rapporti con Mosca considerato che non ha mai adottato le sanzioni nei confronti della Russia e potrebbe svolgere un ruolo di moderazione tra questa e il mondo occidentale. Inoltre, può assorbire l’offerta di energia da parte dei Paesi del Medio Oriente al posto della Cina. Si pensi che Paesi che vantano ottimi rapporti con Europa e Usa come l’Arabia saudita hanno oggi come principale acquirente di petrolio e gas proprio Pechino.

