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Stress test per Banche ed Authorities: Governance über alles

Tra pochi giorni, la neonata Autorità Europea per la vigilanza bancaria renderà noti i risultati degli stress tests sui principali istituti del continente. Come si ricorderà, quello effettuato a luglio era stato da subito considerato troppo indulgente: l’asticella era troppo bassa ed era stata superata anche da banche che poco dopo o hanno avuto bisogno di consistenti iniezioni di capitale o addirittura, come in Irlanda, hanno avuto bisogno di ulteriori sussidi pubblici. Ma qual è la vera situazione delle banche europee e di quelle italiane in particolare? Nonostante l’ottimismo di facciata, la situazione è ben lungi dall’essere tornata alla normalità, in Europa ma anche in Italia. A partire dallo scorso anno, la crisi greca ha dato origine ad una reazione a catena che genera per le banche perdite sui titoli pubblici in portafoglio (in via immediata per quelli valutati ai prezzi di mercato) e un aumento del costo della raccolta di fondi sul mercato, che ormai costituisce una parte notevole del loro passivo. In termini pugilistici, un uno-due che può far tremare le ginocchia anche a un peso massimo, soprattutto se il fenomeno dovesse ampliarsi. 

La crescita del rischio bancario
L’aggiornamento del Global Financial Stability Report del Fondo Monetario Internazionale pubblicato in gennaio ha messo in evidenza che il mercato sta legando in modo sempre più stretto la percezione del rischio sovrano e del rischio bancario. Anzi, la misura stimata del rischio bancario (che poi determina gli spreads richiesti) cresce più che proporzionalmente al crescere del rischio paese. Il Fondo mette anche in evidenza un fatto ormai noto: non sono più colpiti solo Grecia, Irlanda e Portogallo, ma ormai anche la Spagna e “in minor misura, l’Italia”. 
Il debito da rifinanziare nel 2011 è notevole anche nei grandi paesi dell’Unione europea: in percentuale del pil, si va da un minimo del 7 per cento circa della Germania (quasi la metà di banche) ad oltre il 12 per l’Italia (nel nostro caso per oltre due terzi si tratta di debito pubblico). 
Sempre il nuovo rapporto del Fondo contiene anche una nota di ottimismo: i sistemi bancari sono molto più robusti sul piano patrimoniale, anzi questo sembra essere l’unico vero progresso finora compiuto per contenere le spinte destabilizzanti: anche nei paesi periferici colpiti dalla crisi, i coefficienti di capitale Tier-1 (quello di miglior qualità) sono superiori di almeno due-tre punti rispetto a prima della crisi. 
Certo, anche questo miglioramento potrebbe essere spazzato via se la situazione generale peggiorasse decisamente, ma si tratta di un dato che dimostra che, sia pure con grande fatica, le autorità di vigilanza stanno andando nella giusta direzione, spingendo le banche verso gli obiettivi stabiliti con i nuovi accordi di Basilea. Un passo essenziale non solo per garantire la stabilità finanziaria futura, ma per mettere il sistema bancario nelle condizioni migliori per assistere famiglie e imprese, dunque per garantire le condizioni per la ripresa economica, che è la strada maestra (anzi, l’unica strada) per rendere tollerabile un debito che, pubblico o privato, è cresciuto in misura eccessiva in tutti i paesi. 
Non è una via scontata: basti pensare allo sconcerto suscitato da un recente documento di discussione della Bank of England che afferma papale papale che per rendere il sistema bancario davvero robusto occorrerebbero livelli di capitale ben superiori non solo a quelli attuali, ma anche a quelli previsti a regime da Basilea, magari doppi. Nanni Moretti chioserebbe: “continuiamo così, facciamoci del male”.

Autorità di controllo più incisive
Senza bisogno di fughe in avanti di questo tipo, le autorità dei principali paesi, a cominciare dall’Eba (European Banking Authority), al cui vertice è stato chiamato uno dei migliori funzionari della Banca d’Italia, Andrea Enria, stanno ponendo le condizioni per rassicurare i mercati. Ma è evidente che per farlo, dovranno essere molto più incisivi e severi di quanto abbia fatto il vecchio comitato europeo di regolatori, il Cebs (Committee of European Banking Supervisors). In questo senso, la prova di stress test riguarda anche l’efficacia della nuova architettura della regolamentazione europea. 
Per quanto riguarda in particolare la situazione delle banche italiane, il Governatore Mario Draghi nel suo recente intervento al Forex ha chiaramente detto che il futuro non è affatto roseo. Il punto fondamentale è che le banche italiane hanno retto meglio delle altre alla crisi, ma ormai nel nuovo scenario macroeconomico quel punto di forza si va trasformando in debolezza. È stato ed è un bene che le banche italiane siano dedite fondamentalmente all’attività retail, dunque al servizio delle famiglie e delle imprese, ma questo significa anche che i profitti vengono soprattutto dal margine di interesse e, in uno scenario di tassi così bassi come quelli attuali, l’impatto è terribile. In soli due anni, ci ha detto Draghi, questo indicatore di redditività è più che dimezzato, passando da 2,0 a 0,9. Come se non bastasse, la maggior rischiosità, ha fatto aumentare decisamente le perdite e gli accantonamenti su crediti (e questi comunque rimangono inferiori alla media di lungo periodo, il che significa che non c’è certo eccesso di rigore nella redazione dei bilanci). L’effetto netto è che la redditività del capitale dell’ultimo anno si attesta ad un magro 4 per cento. 
Draghi ha detto che Basilea-3 è un passo fondamentale per avere banche più robuste e dunque sarà realizzata secondo le scadenze (abbastanza diluite nel tempo) previste. La redditività va migliorata, con azioni strategiche incisive e probabilmente dolorose, perché su un punto il Governatore non ha fatto sconti: la pressione sui profitti non si deve scaricare sui clienti, in termini di maggiori tassi alle imprese e/o minori tassi ai depositanti o ai sottoscrittori di obbligazioni. E meno male, va aggiunto, perché queste due ultime categorie hanno dato già abbastanza alla causa bancaria nazionale. Immaginare politiche commerciali ancora più aggressive per riempire i vuoti che si aprono nei budget, è semplicemente impensabile. Ciliegina sulla torta: gli utili dovranno comunque essere destinati soprattutto a riserva, cioè ad irrobustire il capitale, piuttosto che a remunerare gli azionisti sotto forma di dividendi. Rimane una sola via, il taglio drastico dei costi operativi, da realizzare “semplificando le strutture produttive, cedendo ulteriori attività non strategiche, adeguando le politiche di remunerazione ai vari livelli”. Dunque, tagli generalizzati di partecipazioni, sportelli, dipendenti e livelli medi salariali. 

Una Corporate Governance più forte
Se questo è lo scenario del futuro, forti sono le responsabilità che gravano sul management, sugli azionisti e in generale la corporate governance societaria. Occorrerà definire obiettivi di redditività realistici e accettare livelli di payout inferiori a quelli del passato. Nello stesso tempo, occorrerà valutare con molta attenzione quali sono le attività veramente strategiche e soprattutto quali sono quelle che hanno un rendimento atteso superiore al costo medio del capitale. E lo stesso esercizio andrà condotto con riferimento alle tante (troppe?) linee di business e ai tanti (troppi?) sportelli, con relativo carico di personale. È un dato di fatto che la grande concentrazione bancaria degli ultimi venti anni ha prodotto economie di costo ben inferiori alle attese (o anche a quanto registrato in altri paesi) se è vero che il cost-income ratio (il rapporto fra totale costi e ricavi lordi) è praticamente fisso da molti anni ed è alto nel confronto internazionale. E ovviamente tutto questo comporterà anche impegno e responsabilità maggiori degli organi sociali e in particolare degli amministratori indipendenti, che mai come questa volta sono chiamati a dimostrare la loro capacità di svolgere una funzione dialettica di discussione costruttiva delle proposte del management. Nel Regno Unito, un importante documento (la Walker Review) ha messo in evidenza che molte responsabilità della crisi vanno attribuite ad una corporate governance troppo debole e remissiva nei confronti del management, che ha finito per avallare scelte che si sono alla fine rivelate negative nel medio periodo. È mancata, in particolare, nota il rapporto, la capacità di “challenge” le linee decise dai massimi dirigenti. Questo giudizio negativo vale assai meno per l’Italia, ma solo per il passato. Se il quadro è quello delineato dal Governatore, la corporate governance si rivelerà fattore di estrema importanza per il futuro delle nostre banche. C’è solo da sperare che la politica (quella peggiore) che si sta pericolosamente avvicinando, venga tenuta alla larga.

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