Csrd: il bilancio dopo il primo anno
Dopo un anno di applicazione della Corporate Sustainability Reporting Directive le novità normative portano a una semplificazione, con un approccio meno burocratico e una logica più funzionale. Se ne è discusso nel corso di un convegno organizzato a Milano da Nedcommunity e da Kpmg, in cui è stata presentata una ricerca che ha coinvolto 181 enti di interesse pubblico
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Il 72% delle imprese dichiara di avere un piano di sostenibilità. L’87% integra gli obiettivi di sostenibilità nel piano di incentivazione. Ma meno della metà delle società, il 42%, ha un piano di sostenibilità integrato con il piano industriale e nella stragrande maggioranza, l’89%, non sono stati definiti obiettivi per almeno un tema rilevante. Solo un’impresa su quattro, il 24%, dichiara di avere un piano di transizione conforme agli ESRS. Sono questi alcuni dei risultati della ricerca realizzata da Kpmg, in collaborazione con Nedcommunity, presentata nel corso del convegno “Governare il cambiamento: Reporting di sostenibilità” che si è tenuto il 19 gennaio, a Milano, presso la sede di Edison. La survey ha coinvolto 181 enti di interesse pubblico italiani e ha cercato di fare un bilancio di quanto accaduto nelle imprese in tema di bilancio di sostenibilità dopo il primo anno di applicazione della CSRD.
Il ruolo del Ned
Nel suo intervento di apertura del convegno, il presidente di Nedcommunity, Marco Giorgino ha sottolineato il ruolo centrale dei Ned. “Il tema della sostenibilità e dell’impatto sulla proficuità delle imprese è sempre più importante, per l’attrattività dei capitali e per l’impatto sulla governance delle imprese e sulle strategie. Nell’ambito della governance il ruolo dei non executive director può essere fondamentale. Moltissime aziende hanno il loro comitato endoconsiliare per supportare il consiglio sui temi della sostenibilità, ma il ruolo del Ned è molto significativo in questo ambito, soprattutto su tre aspetti. Il supporto che può dare al consiglio nella valutazione dei rischi è un’opportunità che sta nell’ambito della sostenibilità. Il secondo aspetto è quello dell’integrazione nell’ambito della strategia e della gestione delle imprese. Infine il presidio e l’attenzione alla qualità della reportistica, dei dati, alla loro raccolta e all’elaborazione delle informazioni”.
I risultati della ricerca
Maurizio Russotto e Lara Frisson, rispettivamente senior manager e manager di Kpmg, hanno presentato la ricerca realizzata dalla società di consulenza. Dalla survey emerge come un quinto delle imprese non disponga di un sistema di controllo interno sull’informativa di sostenibilità e la maggior parte delle aziende che ne dispongono sono ancora a una fase iniziale del processo. Solo metà delle aziende ha rendicontato CapEx o OpEx associati a piani di azione. “147 è il numero medio di pagine del report di sostenibilità – spiega Lara Frisson, manager di Kpmg –. Un dato che evidenzia l’aumento della lunghezza dei documenti rispetto alle precedenti dichiarazioni non finanziarie e al campione europeo. Un risultato dovuto alla duplicazione delle informazioni per richieste ripetitive presenti nei diversi modelli. Un altro dato interessante è la variabilità della numerosità degli Iro (acronimo di Impatto, rischi e opportunità, strumento centrale per la valutazione della doppia materialità aziendale). Si va da un minimo di 13 a un massimo di 238. Con un valore medio di 49 Iro per impresa. Un risultato dovuto al processo di doppia materialità, una novità introdotta dagli SRS”.
Le novità normative
Maurizio Russotto, senior manager di Kpmg, ha invece illustrato le principali novità normative introdotte nell’ultimo anno, partendo dalla direttiva “Stop the Clock”, recepita nel nostro Paese ad agosto del 2025, e che posticipa di due anni le date di applicazione della CSRD per le imprese della seconda e terza wave. “Se torniamo a un anno fa credo che in pochi fossero veramente soddisfatti dei report che stavano producendo – spiega Maurizio Russotto, senior manager di Kpmg –. Vedendo le novità dell’ultimo anno possiamo dire che la rotta è sicuramente cambiata, andando verso la semplificazione e riportando il reporting a una logica più funzionale e meno burocratica”. La modifica più importante avvenuta nell’ultimo anno è stata quella che ha aumentato le soglie di dimensione per l’ambito di applicazione. Con la modifica della CSRD “siamo arrivati ai 1.000 dipendenti e 450 milioni di euro di ricavi netti – dice ancora Russotto –. Una modifica che ha ridotto del 90% il numero di imprese che, a livello europeo, erano inizialmente soggette alla direttiva. Da circa 50mila a 5mila”.
Il rischio strategico
Nel corso della prima tavola rotonda del convegno, moderata da PierMario Barzaghi, partner climate change&sustenaibility di Kpmg, Davide Bassi, board member, Fabrizio Ceriotti, board of director di Andaf, Luca Ferraris, responsabile unità affari europei e internazionali e finanza sostenibile del Mef, Patrizia Giangualano, vicepresidente di Nedcommunity e Manuela Mazzoleni, direttore sostenibilità di Assogestioni, si sono confrontati sulle implicazioni che le modifiche del quadro normativo hanno avuto sulla rendicontazione di sostenibilità delle imprese. “Il principale rischio in un’azienda, è quello strategico – ha detto Patrizia Giangualano, vicepresidente di Nedcommunity –. Se non siamo stati capaci di individuare gli elementi che ci faranno essere competitivi a lungo termine, tenendo conto di quelli che sono gli scenari in mutamento, allora questa è una governance che non è capace di esercitare bene il proprio ruolo. Nella sua attività di indirizzo strategico e controllo il board deve mettere al primo posto la rivisitazione della strategia a fronte dei cambiamenti in corso e sviluppare una forte cultura dei rischi e delle opportunità nell’organizzazione. In questo momento è necessario un continuo monitoraggio e aggiornamento degli scenari evolutivi. Ogni azienda deve poter disporre di un enterprice risk management integrato, uno strumento fondamentale per affrontare i rischi legati alle proprie attività con lo scopo di monitorare e riaggiornare le azioni di mitigazione per essere sempre più competitivi. In particolare, la capacità di un’azienda di assumere rischi e saperli gestire è correlata positivamente al suo rendimento. Una buona gestione dell’esposizione al rischio significa assicurarsi che i rischi rimangano entro i limiti stabiliti e approvati dal board e l’organizzazione abbia contezza del proprio ruolo di supporto e operativo. La sostenibilità, guardando al lungo termine con l’obiettivo di rendere l’azienda sempre più resiliente, rafforza l’Integrazione del rischio nelle decisioni strategiche e nei processi aziendali favorendo la creazione di valore a beneficio di tutti i più importanti stakeholder che partecipano allo sviluppo e successo della società.
Comunicare le scelte
Nel corso della seconda tavola rotonda, moderata da Lorenzo Solimene, partner climate change & sustainability di Kpmg, Barbara Terenghi, direttore della sostenibilità di Edison, Cristina Saporetti, responsabile sustainability reporting di Eni e Francesca Pezzoli, responsabile investor relations and sustainability di Snam hanno parlato della valenza strategica della rendicontazione e della comunicazione di sostenibilità. “Sappiamo che questo percorso sulla sostenibilità nasce dalla comunicazione, nel suo significato più nobile: mettere in comune con i propri interlocutori – ha detto Lorenzo Solimene, partner climate change & sustainability di Kpmg –. Comunicare le proprie scelte e i propri risultati relativi alla sostenibilità può rappresentare una leva strategica e anche diventare una visione di lungo periodo”. Infine Lucia Silvia, chief sustainability officer di Assicurazione Generali, Nicoletta Antonia, responsabile sostenibilità di Trenitalia e Patrizia Rutigliano, Ceo di Suez International Bu Italy, hanno illustrato gli approcci delle loro aziende nei confronti dei temi della sostenibilità.

