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Per le imprese serve un mercato unico europeo dei capitali

Il nuovo contesto geopolitico impone alle aziende, per prosperare, di attirare maggiori capitali e di crescere. Per gli esperti intervenuti al quinto Forum di Nedcommunity, solo così si può sperare di non soccombere in una sfida che è, ormai, globale

I partecipanti alla prima tavola rotonda del Forum 2026 di Nedcommunity

In un mondo sempre più dominato da grandi player, siano essi nazioni o aziende, le realtà europee non possono più gareggiare partendo da una dimensione statale. Se vogliono sedersi al tavolo e non far parte del menù, l’Europa e le sue imprese devono iniziare a ragionare in maniera unitaria. Partendo dalla creazione di un mercato unico dei capitali europei. Per poter intercettare investimenti e crescere. Questo il messaggio emerso dalla prima tavola rotonda del quinto Forum Instabilità geopolitica, tensioni economiche e commerciali-Rischi, nuove opportunità ed effetti sui board organizzato da Nedcommunity il 22 gennaio. Moderati da Silvia Berzoni, giornalista finanziaria di Chora Media, i partecipanti hanno sottolineato come i tempi nuovi richiedano approcci innovativi.

Il rischio geopolitico

Quello del mercato unico dei capitali europei dovrebbe essere un risultato già raggiunto da tempo. Un modo, secondo Patrizia Grieco, presidente Anima Holding,“per avere le dimensioni e una capacità di liquidità che renderebbe più attraente investire in Europa”. La presidente di Anima Holding ha sottolineato come gli sconvolgimenti geopolitici impattino profondamente sulla vita dei board aziendali. “Fino a qualche anno fa nessuno pensava che il tema geopolitico potesse portare rischi concreti. Ora dobbiamo valutarlo, ma non abbiamo modelli. Dobbiamo elaborarne di nuovi”.

Nonostante le tante crisi degli ultimi anni, l’economia globale si è rivelata molto resiliente. Ma le diverse parti del mondo non crescono alla stessa velocità. “Il divario tra Europa e America si amplia ogni anno ha spiegato Massimo Tononi, presidente di Assonime e di Banco Bpm –. C’è un problema di dimensioni. La capitalizzazione delle 7 più grandi imprese europee quotate raggiunge i 2 trilioni di dollari. Per le 7 più grandi americane si raggiungono i 20 trilioni di dollari”. E in Italia è ancora peggio. “Le imprese italiane sono poco attrattive per il mercato perché sono piccole e poco profittevoli. La partita, se non è già persa, può essere giocata solo a livello europeo”.

La visione di lungo periodo

Eppure, anche in tempi in cui la situazione cambia da un giorno all’altro, è necessario cercare di scovare megatrend stabili, per seguire una logica di lungo periodo. “In questi ultimi anni siamo entrati in un regime totalmente nuovo – ha detto Giovanni Sandri, managing director – head of BlackRock Italia –. È un fenomeno precedente a Trump, che noi chiamiamo volatilità sistemica”. Giovanni Sandri indica alcune macroforze, che hanno grandi conseguenze: la transizione energetica, la divergenza geopolitica, quella demografica, la disruption tecnologica e il funzionamento della finanza. “La frammentazione geopolitica è solo la più evidente”. Ecco allora che quello che prima era un pregio, diventa un elemento a cui prestare attenzione. “Aziende che hanno modelli fortemente basati su catene di approvvigionamento globali, oggi vanno guardate con occhi differenti”.

In questi tempi incerti la scienza può rappresentare un fattore anticiclico. Favorendo la collaborazione, al di là delle nazionalità. “Non c’è ricerca se non c’è collaborazione internazionale ha spiegato Francesca Mariotti, presidente Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) –. Ad esempio, parliamo di Groenlandia: l’Enea è lì da 35 anni, con un osservatorio che è in una base militare americana. Questo perché gli scienziati sono ambasciatori silenti e la diplomazia scientifica ha un ruolo, sicuramente poco noto, ma di notevole importanza”.

Ma quali sono le conseguenze di rischi che sono ormai diventati strutturali? “Gli effetti si vedono sugli investimenti, che vengono ridotti o limitati ha detto Antonio Arfè, Advisory Business Leader Deloitte –. In molti casi li rende inefficienti. In altri porta le aziende a mettere in atto comportamenti difensivi, che vanno a tagliare investimenti potenzialmente profittevoli”. Anche Arfè ha sottolineato l’importanza di individuare trend di lungo periodo. “Uno dei più importanti è quello della competizione tra Cina e Stati Uniti per la supremazia strategica sulla tecnologia e sull’intero ecosistema generato dagli sviluppi collegati. Questo ridisegna profondamente tutta la geografia economica delle nostre aziende”.

Sud del mondo e AI

Secondo Marco Daviddi, managing partner EY-Parthenon Italia, un altro di questi trend è l’emergere del Sud del mondo. “Paesi che fanno fatica a riconoscersi nei blocchi prestabiliti, e che però rappresentano degli attori sempre più importanti con i quali le aziende devono essere in grado di confrontarsi”. E poi l’importanza dell’intelligenza artificiale, che può però essere vista come un problema. “Le aziende hanno una grande difficoltà nell’incorporare queste tecnologie all’interno dei processi di business, perché comportano una revisione profonda dei modelli acquisiti e non tutti sono ancora pronti, anche dal punto di vista psicologico”.

Forse il giusto approccio, allora, è quello di chi riduce il rischio tenendo pronti più piani di azione. Per rispondere a scenari differenti e imprevedibili. Andrea Di Segni, senior managing director Sodali & Co, ha spiegato come l’azione di Trump stia portando grandi cambiamenti, anche in settori rimasti fermi per decenni. E ha raccontato la scelta di un’importante società americana di servizi di consulenza proxy. “Ha deciso di non avere un’unica politica, ma di prepararne quattro diverse. Avendo quattro possibili linee di azione, è difficile non trovarne almeno una che vada bene in quel momento, nelle specifiche situazioni di un board”.

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