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Patti e misfatti

Finiscono, pare, i patti di sindacato e non ne piangerà certo la sorte chi li ha attaccati, a volte derisi, quando andavano per la maggiore. Erano un’assicurazione reciproca di assistenza e non ingerenza negli affari dei sodali: tu partecipi al mio capitale e non fai scherzi, lo stesso farò io con te, I scratch your back and you scratch mine, dicono gli inglesi. 
In questo schema la concorrenza e il mercato finanziario quale luogo in cui raccogliere i mezzi necessari alle imprese per crescere erano oggetti misteriosi, guardati con il sospetto dovuto a qualcosa di cui non si capiva l’utilità: come quando compri un mobile Ikea, a fatica lo monti e poi ti avanzano viti o bulloni dei quali non sai cosa fare. 
Non a caso la Mediobanca di Cuccia ha clamorosamente mancato la rivoluzione dei fondi comuni, considerati una bizzarria americana che da noi mai avrebbe attecchito. È vero, si può oggi fortemente dubitare che essi davvero rendano un servizio utile, date le loro commissioni eccessive, volte a ripagare una rete bancaria ipertrofica e da smantellare; oggi traspare che essi non servono in realtà l’interesse dei clienti, ma questo svolgimento non era prevedibile quando, nei primi anni ’80, Cuccia ne decretò l’inutilità. 
Le imprese avevano poco capitale e molti debiti bancari, spesso garantiti da giacenze della famiglia imprenditrice (in Italia o magari all’estero), schema che procurava anche simpatici vantaggi fiscali: le giacenze infatti erano spesso investite in titoli di Stato dal rendimento esentasse, mentre l’interesse passivo era deducibile dal reddito imponibile. 

Se si parla di patti, in Italia si deve parlare soprattutto di Mediobanca. Quando proprio servivano denari era compito di Mediobanca – un pasticcio di cavallo e di allodola, secondo la famosa definizione di Cesare Merzagora – razzolarli chiamando a contribuzione i vassalli bancari, che obbedienti accorrevano agli ordini di Enrico Cuccia: si vedevano allora gustose scenette nei quali, se uno sventurato novellino, chiamato a contribuzione per garantire un aumento di capitale, osava fare domande, veniva immediatamente espulso dal tavolo e rimpiazzato dal suo ossequioso vicino che, grato per il privilegio, ratto ne assorbiva la quota. 
Questo nostro piccolo mondo antico ora si sgretola, ma sono almeno 20 anni che esso è privo di ogni prospettiva di sopravvivenza, lasciamo stare di sviluppo. Non era difficile prevedere che ciò dovesse avvenire; è avvenuto ora, ma quei patti erano da tempo già vuoti dentro, come certi alberi che poi di botto cadono giù. 
Nel periodo in cui si affidò alle cure di Mediobanca, la grande impresa in Italia è sostanzialmente sparita; possiamo forse dedurne che la colpa della sparizione sia di Mediobanca? Post hoc non vuol dire propter hoc. Qui il discorso si fa scivoloso; non bisogna avallare l’alibi comodo di chi esce di scena, per cui la colpa è delle banche. È una costante di chi fallisce, da Nino Rovelli a Calisto Tanzi. È però certo che Mediobanca non ha contrastato, o almeno non abbastanza, il rapporto insano di molte famiglie azioniste con le loro imprese: valga, per chi abbia sul groppone abbastanza anni, la vicenda incestuosa e drammatica (ci fu un suicidio) dell’autocontrollo Ras dei bei tempi andati. Si pensi, ancora, alla commistione fra gli interessi dell’impresa e quelli della famiglia, o per meglio dire alla quasi generale prevalenza dei secondi sui primi, con gruppi di management eccessivamente ossequienti verso la famiglia, in quei pochi casi dove il primo non è solo familiare. 
Allo stesso tempo, è cresciuta una media impresa esportatrice, largamente al di fuori delle cure di Mediobanca (non però delle attenzioni del suo benemerito ufficio Studi, la celebrata R&S, a lungo guidata da quel Fulvio Coltorti che di Cuccia fu un allievo prediletto). Magari è arduo interpretarli, ma credo che questi siano i fatti, difficilmente contestabili.

Diamo ora un’occhiata al mutato panorama dei patti. 
Quello che reggeva Intesa (non c’entrava Mediobanca) è da tempo sparito, Unicredit non ne ha mai avuto uno. Pirelli ha superato il “vecchio” patto facendone uno nuovo, in base al quale si prepara ad esser venduta a un concorrente (altro che la bubbola della public company di cui parlano gli esponenti) quando, fra cinque anni, scadrà il termine all’uopo pattuito fra Marco Tronchetti Provera e un fondo di private equity: la sabbia nella Clessidra, è proprio il caso di dire, sta già scorrendo. Il gruppo De Benedetti si è da tempo svincolato da Mediobanca e zone limitrofe. 
Il gruppo Pesenti mantiene fra i suoi azionisti Mediobanca ma ha ormai più legami storici che attuali. 
La Fiat, ora Fiat-Chrysler, strappata all’orlo del precipizio dal marziano molisan-canadese Marchionne grazie all’azzardo americano, ha da tempo dimenticato il bilancino del farmacista con cui si dosano i patti. 
Rcs, investita dal ciclone che sta scuotendo i media in tutto il mondo, e vittima degli errori letali del management nell’acquisizione spagnola, pare non sarà retta da alcun patto; basta al gruppo sabaudo la presa che esercita sul gruppo con una partecipazione del 20%, utile, se non proprio a pilotare Rcs nelle direzione desiderata, almeno ad evitare decisioni sgradite. 
Completa il panorama l’evoluzione del settore assicurativo, da sempre oggetto del desiderio della Mediobanca di Cuccia, che lo ha lungamente quanto obliquamente dominato, in barba alla libera concorrenza, sia prima, sia dopo la legge Antitrust. Di Ras, passata al gruppo Allianz dopo la morte di Carlo Pesenti senior, s’è già accennato. Il gruppo Ligresti, al quale una Mediobanca ancora sotto le cure di Cuccia affidò avventatamente la Fondiaria per sottrarla ai raiders sabaudi alleati con Edf, sprofonda nelle sue malefatte assorbito da Unipol, a salvaguardia di crediti subordinati di Mediobanca per 2,5 miliardi complessivi (verso Fonsai e Unipol), che il suo managementevidentemente riteneva a rischio. 
Chi fosse Salvatore Ligresti e con che metodi gestisse il gruppo era chiaro a chi lo volesse vedere fin dal 1989 quando, grazie al decisivo aiuto di Cuccia, la capogruppo Premafin fu imposta al mercato con una Ipo di cui (se mi si consente una nota personale) il sottoscritto fu il solo critico, insieme a Massimo Mucchetti. Scrissi allora (La Repubblica, Affari&Finanza, 24 novembre 1989): “Un mercato che…assorbe con pubblici silenzi (e privatissime chiacchiere) queste emissioni ‘nostrane’ si procura guai seri per il futuro. È di questo materiale che sono fatte le grandi delusioni degli investitori e i conseguenti crolli di Borsa, su cui si verseranno poi le consuete lacrime di coccodrillo”. Non serviva la palla di cristallo, bastava non farsi incantare dal coro dei sicofanti. 
Ora Fondiaria Sai si fonde con Unipol Assicurazioni; vedremo, la qualità del budino la capiremo quando il lungo processo digestivo sarà completato. 
La vera novità riguarda le Generali, dove la tradizione di un management vassallo di Mediobanca è stata da poco interrotta grazie all’arrivo di Mario Greco. In Generali, Mediobanca ha preannunciato l’intenzione di scendere di quota. Con il che arriviamo alla vera ragione della ritirata di questa dai patti di sindacato, spinta soprattutto da un semplice fatto: il suo capitale regolamentare è troppo assorbito da quella miriade di partecipazioni che furono strategiche ma oggi zavorrano i risultati della banca, troppo soggetti alla volatilità dei relativi valori. La quota in Generali scenderà, ma essa è l’unica a restare strategica anche con il nuovo corso. Come sempre, i vincoli che contano sono quelli finanziari: ciò vale per Mediobanca, ma non per i suoi azionisti principali, ai quali il nuovo corso non si applica. L’ora della loro liberazione dalla sindrome di Stoccolma non è ancora suonata: se finiscono i patti cui partecipa Mediobanca, il medesimo principio non si applica al patto che controlla Mediobanca; esso infatti, resta in vigore, ancorché solo sul 30% del capitale, per le variegate vicende societarie di alcuni suoi grandi azionisti.

Questo è stato ieri: quel che domani attende il sistema delle nostre imprese in quel “grande mare aperto”, che ancora si nasconde ai nostri occhi, è nel grembo di Giove.


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