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Stato protagonista, indipendenti più centrali

Sembra di essere tornati al passato quando non c’era azienda strategica che non vedesse una partecipazione del Ministero dell’Economia. E adesso ci si pone non poche domande sul fronte della governance

Gettyimages

Ce n’è abbastanza per parlare di “ritorno al passato” o scomodando Giambattista Vico di “corsi e ricorsi della storia”. Anche se non si può riesumare l’acronimo Iri, esperienza archiviata e difficilmente replicabile, è un dato di fatto che lo Stato italiano è ormai nell’azionariato di aziende strategiche operanti nei più svariati settori.

Negli anni Novanta le privatizzazioni venivano considerate come lo strumento ideale per rendere le aziende più competitive e adeguate alla sfida di una competizione globale. Oggi, dopo l’esperienza della pandemia che quell’idea di globalizzazione sfrenata sta mettendo seriamente in discussione, si assiste a una marcia indietro che a guardare i numeri ha dell’imponente. Secondo i calcoli condotti qualche settimana fa da una delle più autorevoli testate economiche del nostro Paese, L’Economia del Corriere della Sera, le partecipazioni dello Stato in imprese nazionali vale qualcosa come 111 miliardi di euro con un incremento del 6% rispetto al 2019.

Il Ministero dell’Economia, infatti, è da sempre azionista di peso di aziende di importanza mondiale: Eni, Enel, Leonardo Spa. Fra le quotate si contano anche Enav, Poste italiane. Adesso però Via XX Settembre è anche in banca Monte dei Paschi di Siena che presto, però, dovrebbe tornare totalmente privata. Ma non basta: nel “portafoglio statale” compaiono nomi del calibro di Amco, Invitalia, Cdp, Fs, Rai, Stm. In sostanza dalla difesa all’energia, passando alla finanza e alle infrastrutture (si pensi al progetto di acquisizione di Autostrade) ogni settore rilevante per un’economia avanzata vede la presenza pubblica come se trent’anni di privatizzazioni non ci fossero mai stati.

Secondo Fabrizio Rindi, vicepresidente di Nedcommunity e amministratore delegato di Kairos Parners Sgr, la sgr italiana controllata dalla banca svizzera Julius Baer “l’intervento dello Stato oggi deve essere considerato funzionale al momento straordinario che stiamo vivendo: la reazione ad un fattore esogeno dirompente quale appunto la Pandemia, che ha portato ad una profonda crisi economica, da fronteggiare al più presto. Stiamo dunque parlando di un supporto –  che deve essere temporaneo – dello Stato, reso necessario dalla contingenza, per rilanciare gli asset strategici del nostro Paese. Lo Stato torna dunque azionista, ma lo deve fare con un’ottica di profitto e non sociale ed in quanto tale necessariamente di medio periodo: deve saper selezionare le società che hanno tutti i presupposti per uscire da questa fase critica e che quindi meritano di essere finanziate. Presupposto fondamentale a garanzia di scelte oculate, di qualità e di valore per tutti gli stakeholder – soprattutto scevre da interessi politici –  è la professionalità e la cultura finanziaria ed imprenditoriale delle persone che saranno preposte alle valutazioni”.

Lecito chiedersi quali conseguenze possano registrarsi al livello della governance di queste aziende e che compito possano e debbano ricoprire i consiglieri indipendenti. “I consiglieri indipendenti – continua Rindi – giocano un ruolo molto importante perché consentono di preservare il rapporto col mercato, garantiscono la trasparenza dell’operato e soprattutto permettono di mantenere una visione privata della strategia aziendale, presupposto necessario e funzionale all’obiettivo finale: il profitto. La loro presenza rappresenta un baluardo di correttezza professionale imprescindibile. Chiaramente le valenze tecniche e strategiche del management rappresentano una leva ulteriore per contribuire a valorizzare le imprese, con lo scopo di renderle di nuovo appetibili per il mercato”. 

Superata la fase di emergenza quindi sarebbe lecito attendersi una progressiva uscita dell’azionista statale, o almeno sarebbe auspicabile. Rindi lo conferma sottolineando che “lo Stato svolge di nuovo un compito, quello del salvataggio, ma necessariamente oggi si deve trattare di un mandato temporaneo che possa permettere alle società di superare questa fase di impasse. Lo Stato deve dimostrarsi il socio forte nel momento del bisogno, accompagnare le imprese lungo questo percorso di recupero, riconsegnarle al mercato di nuovo profittevoli e competitive per il mutato contesto internazionale e progressivamente ripassare il testimone ad azionisti privati. A tale proposito ricordiamo episodi anche più recenti come, durante la crisi finanziaria del 2008, l’operazione di salvataggio riuscita da parte del governo e dalla banca nazionale svizzera nei confronti di UBS. È solo un esempio di percorso virtuoso che, sostenendo aziende meritevoli, permette di mettere in circolo capitali e di renderli profittevoli. Lo Stato deve dunque saper fungere da volano temporaneo per sostenere iniziative imprenditoriali di successo nel lungo termine”.

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