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Magri: “Il mondo un’orchestra senza spartito né direttore”

Secondo il presidente del comitato scientifico dell’Ispi l’amministrazione Trump ha puntato a mettere in discussione le norme prima generalmente accettate sia all’interno sia all’estero per inaugurare una nuova era nella quale vige soltanto la legge del più forte

Paolo Magri, presidente del Comitato Scientifico dell'ISPI

La parola che serve a decifrare questi anni di incertezza a livello globale è “deregolamentazione”. Secondo Paolo Magri, presidente del Comitato scientifico dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) e docente di Relazioni internazionali all’Università Bocconi, intervenuto il 22 gennaio al quinto Forum di Nedcommunity Instabilità geopolitica, tensioni economiche e commerciali-Rischi, nuove opportunità ed effetti sui board la deregulation è lo strumento usato dal presidente Trump sia all’interno degli Usa sia globalmente con una strategia ben precisa.

Da quando è iniziato il secondo mandato del tycoon quelle che erano considerate norme generalmente accettate da non mettere in discussione non valgono più. “La sua volontà è chiara. Deregolamentare la democrazia americana, il condominio del mondo, il sistema delle organizzazioni internazionali”. Se il 2025 è stato un anno in cui l’inquilino della Casa Bianca ha messo in atto la sua pars destruens di baconiana memoria, smantellando il sistema di regole condivise, adesso sembra essere venuto il momento della pars costruens di un nuovo ordine mondiale. “Eravamo consapevoli che Trump avrebbe dominato la scena anche nel 2026 ma non nel modo inaugurato dall’inizio dell’anno. Tutti ci aspettavamo un anno caotico ma con un Trump più focalizzato sulle elezioni americane. Prima si considerava come reale l’affermazione di un suo ex collaboratore: Non va preso letteralmente ma va sempre preso seriamente. Oggi, dopo quanto è accaduto in Venezuela e alla Fed, il timore è che si debba iniziare a prendere le sue parole anche letteralmente” aggiunge Magri.

Il multi-imperalismo

Trump ha chiarito il disegno di creare un suo Onu, il board of peace per Gaza – che non si occuperà soltanto del martoriato territorio palestinese – ne è un esempio: si entra pagando e soltanto gli Usa hanno diritto di veto. Non a caso ne fanno parte al momento soltanto l’israeliano Benjamin Netanyahu, il bielorusso Alexander Lukashenko, Moḥammad bin Salmān, erede al trono saudita. Putin deve ancora sciogliere la riserva. Emerge una visione imperialista che suona in contrasto con un mondo multipolare. Una contraddizione che secondo Magri rischia di risolversi “suddividendo il mondo in zone di influenza in cui ogni grande potenza può esercitare la propria ambizione di dominio” facendo valere la regola del più forte. Una sorta di multi-imperialismo che, però, continua Magri, non è realizzabile nel breve termine. “Il risultato attuale di questa strategia è che oggi viviamo in un mondo ‘dei liberi tutti’, una sorta di orchestra sinfonica senza spartito e senza direttore”.

In questa orchestra in cui “tutti i musicisti cercano di allargarsi la Cina può diventare il primo violino”. Infatti, sta emergendo come grande vincitore di questa fase presentandosi come garante delle regole, e dando di sé un’immagine di quiete e di saggezza in contrasto con quella offerta da Trump.

L’Europa rischia la marginalità

In questo mondo il grande rischio lo corre l’Europa che potrebbe finire col “suonare il triangolo”, strumento nobile ma marginale. Il Vecchio Continente deve trovare un ruolo e inserirsi nell’agone fra Cina, Russia e Usa. Come? Mettendo da parte la “genuflessione” nei confronti degli Stati Uniti, strategia che non paga. L’Europa, però, ha un problema, anzi tre: i suoi due principali Paesi, la Germania e la Francia passano da una crisi all’altra e anche a livello istituzionale l’UE non gode di ottima salute. In particolare, manca coesione. Un esempio? Il Mercosur, l’accordo commerciale di libero scambio tra l’Unione europea e l’organizzazione di Stati latino-americani sembrava cosa fatta e invece il Parlamento europeo ha deciso di portare il trattato alla Corte di giustizia Ue, che potrebbe chiedere dei cambiamenti che rischierebbero di compromettere l’approvazione finale. Nella migliore delle ipotesi il ritardo sarà di qualche anno.

Anche sullo scacchiere internazionale le cose non vanno meglio per Bruxelles. Sulla vicenda della Groenlandia è bastata la minaccia di Trump di imporre nuovi dazi ai Paesi che avevano inviato militari sul suolo del territorio autonomo della Danimarca per spingere la Germania a riportare a casa i suoi 13 soldati. “L’Europa deve decidere se vuole continuare a sottomettersi o rischiare escalation nei confronti di Trump. Nessuna delle due soluzioni è semplice. L’importante è evitare l’immobilismo e agire”.

Esattamente quello che hanno fatto le imprese e i loro board che in questo contesto di grande complessità, conclude Magri, “hanno dimostrato di saper reagire: le aziende hanno fatto utili, grazie a board di qualità e sono state in grado di governare l’incertezza di questi anni”.

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