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L’impresa è degli azionisti, che ne sono i responsabili

La molteplicità e l’importanza sociale degli interessi coinvolti dalle decisioni delle imprese indebolisce l’idea che esse siano proprietà degli azionisti. Come osserva Salvatore Bragantini (su La Voce degli Indipendenti n.27 e nell’intervento al Convegno

di Franco Bruni(*)

La molteplicità e l’importanza sociale degli interessi coinvolti dalle decisioni delle imprese indebolisce l’idea che esse siano proprietà degli azionisti. Come osserva Salvatore Bragantini (su La Voce degli Indipendenti n.27 e nell’intervento al Convegno Who owns the company tenutosi in Bocconi il 18 maggio) gli azionisti non sembrano residual claimant, cioè il loro reddito non è il più incerto e a rischio fra quelli pattuiti dall’impresa, il primo sacrificato dalle sue disavventure. La mobilità del capitale finisce anzi per privilegiarlo rispetto ad altri fattori di produzione. Inoltre, l’obiettivo della creazione di valore di lungo periodo per gli azionisti pare inadatto a cogliere la direzione e la responsabilità delle decisioni d’impresa nella crescente complessità dello sviluppo economico. Il governo societario si rivela spesso incapace di impedire che la ricerca di vantaggi personali dei dirigenti, la loro connivenza con gli azionisti di controllo, la diffusione di operazioni in conflitto di interesse, indeboliscano l’impresa nel suo insieme.
La soluzione sembrerebbe essere una rivoluzione giuridico-istituzionale – peraltro non estranea a dibattiti antichi e moderni della letteratura internazionale – che in qualche modo riconosca esplicitamente che l’impresa non è un “fascio di contratti” di proprietà degli azionisti, ma un soggetto “in sé”, detentore di propri diritti e doveri, con prospettive anche indipendenti da quelle desiderate dai detentori del suo capitale. L’impresa non più come strumento ma quasi come fine, degno di protezione dall’aggressione di interessi che col suo contrastino.
Mi sembra un tentativo di soluzione pericoloso. Meglio affrontare i problemi che lo suggeriscono usando con più impegno strumenti già disponibili e più ortodossi.
Innanzitutto la sostenibilità nel lungo periodo del perseguimento del valore per gli azionisti va presa sul serio, indagata a fondo, quanto possibile resa misurabile, discussa apertamente all’interno dell’impresa e nei suoi rapporti con i mercati e l’autorità. L’impatto sociale e ambientale della gestione delle imprese è oggi analizzato in documenti che sono spesso scritti e letti con sufficienza e ben poco discussi ed esaminati dagli stessi azionisti e da chi regola e vigila sulle società di capitali. Eppure è in tale impatto che vanno ritrovate le condizioni di sostenibilità: chi persegue l’interesse immediato degli azionisti sacrificando quello degli altri stakeholder non fa molta strada: e andrebbe fermato prima che combini danni a carico di tutti. Non è una sfida facile. Valutare oggettivamente la sostenibilità, cercare di misurarla con numeri, esplicitare i diversi rischi e associarvi i giusti tassi di sconto (perché si massimizza un valore incerto, quello “atteso” nel lungo periodo), trasmettere il significato di queste valutazioni ai mercati, ottenerne l’approvazione, coglierne le sfumate preferenze e i suggerimenti spesso molto impliciti: è tutto da imparare e continuare a sperimentare. E’ difficile, in teoria e in pratica. Ma val la pena di accettare la sfida.
La seconda cosa da prendere più sul serio è l’organizzazione del governo societario. Si tratta di gestire i conflitti di interesse, limitare lo strapotere degli azionisti di controllo, tradurre in calcoli e decisioni adeguate il perseguimento del valore di lungo periodo (senza peraltro trascurare l’intima relazione che esso ha spesso con la profittabilità di breve!), stimolare l’aumento di professionalità e di impegno degli analisti interni ed esterni all’impresa, rendere più ricchi e fertili gli scambi di informazioni coi mercati. In tutto ciò non mancano sforzi e progressi, ai quali contribuiscono il ruolo degli amministratori indipendenti non esecutivi e il coinvolgimento degli azionisti “di minoranza”. Ma sono anche evidenti i limiti dei risultati raggiunti. Va moltiplicato l’impegno.
E’ cruciale la diffusione di una proprietà consapevole e attiva delle quote societarie e un ruolo lungimirante di migliori intermediari e investitori istituzionali. Più in generale, l’orientamento della cultura e delle istituzioni economiche può spostare l’attenzione dai risultati immediati e privati verso la sostenibilità e la compatibilità con l’interesse pubblico che, quando viene compromesso, mostra la fragilità dei successi privati.
Dopodiché ci sono le leggi, i regolamenti, le autodiscipline. Le miopi prepotenze di chi persegue in modo distorto il valore per gli azionisti devono trovare sempre più validi ostacoli e punizioni nell’applicazione rigorosa dei vari livelli di regolamentazione che difendono i diritti e gli interessi degli altri stakeholder e della collettività. Ciò richiede, ovviamente, un clima politico adeguato, il rispetto dei ruoli e delle istituzioni, una più autentica autostima delle organizzazioni che generano i codici di comportamento. E’ inimmaginabile un buon governo societario in una collettività politicamente e normativamente sfilacciata e impotente. Inoltre, nella misura in cui l’attività delle imprese può avere orizzonti internazionali, l’armonizzazione e la progressiva sovra-nazionalità delle norme divengono indispensabili alla loro efficacia. Lo squallore del governo societario è spesso figlio di eccessive possibilità di arbitraggio normativo.
Se dunque si fa vero uso del concetto di sostenibilità, si migliora il governo societario e si fa conto sulla forza delle leggi e dei regolamenti, si può lasciare chiara e limpida l’idea che l’impresa è degli azionisti, la cui proprietà comporta corrispondenti responsabilità. Trovo che appannare quest’idea può avere almeno due tipi di conseguenze negative. In primo luogo può generare pericolosi arbitrii e rigidità. L’arbitrio di manager che si fanno paladini di interessi che li emancipano dal render conto con rigore a chi li ha nominati; l’arbitrio di vari stakeholder che vogliono ingessare e rendere immortali imprese superate, inefficienti e fallimentari (sostenibilità non significa immortalità!); l’arbitrio di politici, magistrati, burocrati, e regolatori che, in nome di un presunto interesse dell’impresa “in sé”, interferiscono senza adeguate basi giuridiche negli affari societari per spingerli in direzioni che nessuno può controllare con chiarezza. Il rispetto dei ruoli è fondamentale: agli azionisti deve spettare con nitore il ruolo che detta la legge e il “fascio di contratti” che costituisce l’impresa: niente di più, niente di meno, niente di vago.
In secondo luogo, deresponsabilizzare gli azionisti, appannandone il diritto di proprietà sull’impresa, urta contro l’urgenza di favorire e stimolare l’accumulazione di capitale responsabile, attivo, intraprendente, capace davvero di contribuire allo sviluppo economico cosiddetto “capitalista”. Se le imprese vanno male, se i loro successi sono effimeri e asociali, la colpa degli azionisti dev’essere piena e riconosciuta: lo scaricabarile sugli altri attori, dai manager, ai burocrati, ai politici, deve aver meno spazio. Ma perché ciò avvenga, le loro responsabilità (e i loro meriti, quando guadagnano in modo duraturo e socialmente benefico) vanno derivate con chiarezza dalla loro natura di proprietari. Il capitalismo di questo globo iper-indebitato ha disperatamente bisogno di capitali. Vanno incoraggiati in tutti i modi la diffusione e l’utilizzo attivo e intraprendente della proprietà azionaria. Favoriamo la formazione di capitale di rischio, garantendone i diritti mentre ne assicuriamo la disciplina nell’interesse della collettività.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

(*) Franco Bruni – E’ stato a lungo membro del Consiglio direttivo di Nedcommunity. Ordinario di Teoria e Politica Monetaria Internazionale alla Bocconi, Vicepresidente dell’Ispi, membro del Council of Management e Past President della Société Universitaire Européenne de Recherches Financières, fa parte dello European Shadow Financial Regulatory Committee. Laureato alla Bocconi e Master of Science al MIT (1974). E’ stato Direttore dell’Istituto di Economia Politica della Bocconi e del Giornale degli Economisti. E’ editorialista de La Stampa. Consigliere di Amministrazione indipendente di Pirelli e di Pioneer Global Asset Management e di Mediaset e Pioneer Investment Management. In passato è stato consigliere indipendente di Saipem e di UBM. ([email protected]).


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