Approfondimenti

L’era del multilateralismo caotico

Siamo testimoni dello sgretolarsi di paradigmi consolidati e della contraddittorietà di regole applicate o disapplicate da blocchi contrapposti in un nuovo e più conflittuale contesto internazionale

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L’ordine giuridico internazionale architettato e sostenuto dagli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra mondiale è da tempo stato messo in crisi dagli stessi Stati Uniti. Una delle più lucide e analitiche previsioni di questa evoluzione risale a due decenni fa ed è opera di uno dei massimi internazionalisti inglesi, Philippe Sands, barrister e professore universitario, che nel suo libro del 2005 – significativamente sottotitolato “L’America e la costruzione e distruzione delle regole globali” – osservava come il declino di norme condivise tra gli Stati e l’affermazione dell’unilateralismo ed eccezionalismo americani avrebbe favorito la delegittimazione dell’ordine liberale postbellico e dato nuovi spazi ad attori quali Russia e Cina.

Seppur un poco forzatamente, si può dire che per circa trecento anni le relazioni tra Stati si sono basate sulla pace di Westfalia. Alla metà del XVII secolo, ponendo fine a quel conflitto “asimmetrico” che fu la Guerra dei trent’anni, nasce l’ordine westfaliano che si fonda su alcuni concetti forti e rivoluzionari per i tempi: gli Stati emergono come attori principali, sovrani al loro interno e almeno formalmente pari nei loro rapporti esterni, svincolati da autorità e princìpi religiosi (il Papa non venne nemmeno invitato ai negoziati), la guerra “regolata” è un modo di risolvere le controversie ed è legittimo individuare altri Stati come nemici, le conquiste territoriali ottenute con la forza sono riconosciute e la pace può essere perseguita solo con un equilibrio di potenze territoriali e trattati bilaterali o al massimo multilaterali.

Per quanto radicato su idee quasi opposte, è in questo approccio che troviamo le premesse per l’universalismo successivo al 1945. Esso vuole però costruire la pace su valori morali e regole condivise o imposte, anche interne: con le organizzazioni internazionali si passa da un sistema stato-centrico a un ecosistema giuridico a più livelli con attori istituzionalmente diversi, amministrato (anche) da corti e meccanismi decisori internazionali, caratterizzato da una uguaglianza formale tra stati attenuata (si pensi al potere di veto dei vincitori della Guerra nel Consiglio di sicurezza dell’ONU). La guerra aggressiva è proibita, i diritti umani e la democrazia, sebbene intesi in modo talvolta utilitaristico, possono e devono essere imposti anche con la forza, il nemico è un fuorilegge criminalizzato individualmente, l’interdipendenza economica è strumento di stabilità ma anche coercitivo con l’uso di sanzioni che si collocano in una zona grigia tra guerra non dichiarata e pace dichiarata. Cambiano, insomma, soggetti, valori, meccanismi e finalità dell’ordine internazionale; ma questo nuovo ordine – con tutti i suoi difetti, eccezioni e ipocrisie – ha consentito all’Europa in particolare ottant’anni di pace, relativa stabilità e crescita pur a un tasso decrescente.

Un equilibrio, però, intrinsecamente instabile proprio perché, dietro la (spesso apparente) bilancia della giustizia, era sostanzialmente difeso dalla (sola) spada americana. Un equilibrio disprezzato da un controverso ma pericolosamente attuale giurista tedesco della prima metà del Secolo breve: Carl Schmitt. Non può dimenticarsi che Schmitt aderì al partito nazista nel 1933, lo stesso anno in cui ottenne la cattedra a Berlino e divenne presidente dell’Unione dei giuristi nazionalsocialisti, assumendo anche la direzione della rivista dei giuristi tedeschi, né che difese le leggi razziali e sostenne la guerra di aggressione di Hitler propugnando una sorta di dottrina Monroe tedesco-europea. Pur successivamente criticato da ambienti nazisti e scampato a Norimberga, le idee di Schmitt sul diritto internazionale ritornano oggi drammaticamente vive e, in verità, sono da tempo guardate con interesse, per il loro realismo, da autorevoli e non illiberali studiosi del diritto (lo stesso Sands prima citato, Martti Koskenniemi, Antony Anghie, ecc.). Per Schmitt il diritto internazionale non è mai neutro e si basa sul potere decisionale politico, il cui nucleo è la distinzione tra “amici” e “nemici” e la forza, egli rifiuta l’idea di comunità internazionale come soggetto unitario, la superiorità morale dei diritti umani, la criminalizzazione della guerra se non travestita da forma di azione di polizia contro nemici criminalizzati. Trova il liberalismo e l’universalismo internazionali ipocriti, moralizzanti e inefficaci per la pace.

Ora, non si può a rigore affermare né che Schmitt fosse westfaliano, né che gli USA di oggi siano schmittiani, ma simili affermazioni sono plausibili almeno come rozza sintesi dell’evoluzione storica. L’amministrazione americana reagisce ai molti segnali delle proprie difficoltà rivendicando la decisione sullo stato di eccezione, la (presunta) volontà del popolo come legittimante quasi tutto, la primazia del più forte, la selettività nell’applicazione del diritto, il bilateralismo, l’individuazione e persecuzione di “nemici” interni ed esterni, pur non resistendo alla tentazione di criminalizzarli quando utile.

In un simile confuso scenario, potremmo soffermarci sugli ostacoli che le imprese incontrano nel navigare lo sgretolarsi di paradigmi consolidati e la contraddittorietà di regole applicate o disapplicate da blocchi contrapposti in un nuovo e più conflittuale multilateralismo. Ma per alzare lo sguardo, simili tecnicismi non possono distogliere da due questioni di fondo. Primo, il costo dell’incertezza che questo nascente disordine comporta per le attività economiche, di là da ogni considerazione morale e valoriale. Secondo, il concretissimo problema morale di un mondo nel quale Themis, sintesi iconografica tardo-rinascimentale di più divinità greco-latine, appare appoggiare a terra la bilancia per impugnare a due mani la spada.

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