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Le donne nei cda migliorano i risultati aziendali

La legge sulle quote rosa ha elevato il background professionale e il livello di istruzione dei board

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Il dibattito in materia di board diversity degli organi di governo e controllo delle grandi società è stato stimolato dalla crisi finanziaria del 2008, quando anche la gender diversity è stata valutata in grado di migliorare la qualità del governo societario e di mitigare i rischi di crisi.

In Europa, a livello legislativo, la positiva valutazione del fattore gender diversity per la buona governance delle imprese emerge con nettezza dalla disciplina europea sulle informazioni non finanziarie (Direttiva 2014/95/UE), recepita in Italia con il d.lgs. n. 254/2016, nonché da alcune normative sulle cosiddette quote rosa presenti in diversi ordinamenti europei.

La Golfo-Mosca

In Italia, come noto, la legge Golfo-Mosca n. 120/2011 ha riservato al genere meno rappresentato, per il primo rinnovo successivo all’entrata in vigore della stessa legge o successivo alla quotazione, almeno un quinto dei componenti degli organi di amministrazione e controllo delle quotate e almeno un terzo per i due successivi mandati. Analoga disposizione è stata introdotta per le società a controllo pubblico. La Legge n. 160/2019 ha elevato da un terzo ai due quinti dell’organo la quota di membri da riservarsi al genere meno rappresentato per sei rinnovi a partire dal 2020. Il vincolo dunque è rimasto “a tempo” seppure con un orizzonte di vigenza prolungato.

Tali norme hanno permesso di correggere una situazione di forte sotto-rappresentazione del genere femminile negli organi di governo delle società quotate. Considerando le società quotate, nel 2011 le donne erano infatti fra il 6% e il 7% dei consiglieri di amministrazione e il 6,5% dei membri dei collegi sindacali, mentre a fine 2020 rappresentano quasi il 39% degli incarichi di amministrazione e di controllo (si veda l’ultimo Rapporto CONSOB sulla Corporate Governance delle società quotate italiane). In applicazione della nuova legge, inoltre, le 76 società che hanno rinnovato la composizione dell’organo amministrativo nel 2020 mostrano una presenza media di 4 donne, pari al 42,8% del board.

Il primo Rapporto dell’Osservatorio interistituzionale sulla partecipazione femminile negli organi di amministrazione e controllo delle società italiane (cui partecipano il Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, la CONSOB e la Banca d’Italia) mostra inoltre che fra il 2011 e il 2019 la presenza delle donne negli organi di amministrazione e controllo è aumentata per effetto degli obblighi di legge anche nelle società a controllo pubblico (rispettivamente dall’11% al 25% e dal 17% al 33%).

L’impatto sui cda

I dati appena citati non esauriscono gli effetti delle quote di genere. Nel corso del tempo sono cambiate anche le caratteristiche dei consigli di amministrazione e si sono registrate ricadute sui risultati aziendali.

Un Quaderno di finanza CONSOB analizza l’impatto delle quote di genere sulla qualità dei board e sui risultati delle imprese italiane quotate per il periodo 2008-2016. In seguito all’ingresso delle nuove amministratrici, si è ridotta l’età media dei consiglieri, è aumentata la diversità in termini di età e background professionale, è cresciuto il livello medio di istruzione. Quanto agli effetti sui risultati, in linea con la cosiddetta critical mass theory lo studio evidenzia che l’ingresso delle donne incide positivamente sui risultati aziendali a patto che superi una soglia critica, oscillante tra il 17% e il 20%. Considerando che nelle società quotate italiane i consigli di amministrazione sono composti in media da circa dieci membri, gli effetti positivi sulla redditività si manifestano quando vi siedono almeno due donne.

Alcune criticità

Accanto a questi innegabili progressi emerge qualche criticità. Con riguardo al ruolo svolto gli incarichi di maggiore rilievo restano appannaggio prevalente degli uomini: nel 2020 le donne ricoprono il ruolo di amministratore delegato solo in 15 società (rappresentative di poco più del 2% del valore totale di mercato) e di presidente dell’organo amministrativo solo in 26 emittenti (pari al 18% della capitalizzazione complessiva), mentre in circa tre quarti dei casi sono consiglieri indipendenti. Le donne sono titolari di più di un incarico di amministrazione in un caso su tre (interlocking): il fenomeno potrebbe riflettere il fatto che il pool di manager e professionisti da cui si attinge non cresce di pari passo (anche se non si può escludere che sia trainato dalle scelte delle società).

Il primo Rapporto dell’Osservatorio interistituzionale offre inoltre interessanti spunti di riflessione sull’impatto che le quote di genere possono avere anche nelle società per le quali non sono previste. Il Rapporto mostra che nelle banche non quotate la quota delle donne negli organi amministrativi è ferma a fine 2019 al 15% e quella negli organi di controllo al 18%, mentre nelle società private i dati si attestano rispettivamente al 24% e al 22%. In entrambi i casi, non si sono registrati progressi significativi rispetto al 2011. Ne risulta, quindi, che all’avanzamento rispetto alla situazione precedente all’entrata in vigore della legge 120/2011 la partecipazione delle donne agli organi di amministrazione e controllo rimane eterogenea a seconda dell’esistenza dei vincoli normativi in materia di quote di genere.

Le criticità menzionate rivelano il permanere delle cause del divario di genere che le quote “rosa” nei consigli di amministrazione e controllo di determinate imprese non possono da sole rimuovere. Perché la misura regolatoria dispieghi tutti i suoi effetti e per un futuro oltre le quote, è indispensabile potenziare le misure e le iniziative tese ad eliminare attriti e soffitti di cristallo da parte di tutti gli attori coinvolti, dalle istituzioni politiche alle imprese, anche coerentemente con gli Obiettivi della Strategia della Commissione Europea sulla parità di genere 2020-2025.

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