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Impairment test e ‘smell test’ a confronto

Che fare quando gli impairment test dei beni immateriali non forniscono una valutazione sensata? 

A proposito degli impairment test, Robert Solow, professore emerito al MIT, ha detto la seguente frase sui modelli DSGE – Dynamic stochastic general equilibrium che mirano a spiegare fenomeni economici aggregati quali la crescita, i cicli economici e gli effetti della politica monetaria e fiscale, basandosi su modelli macroeconomici derivati da principi microeconomici: “I do not think that the currently popular DSGE models pass the smell test”1
Lo “smell test” (traducibile in italiano con “test di fiuto”) viene utilizzato anche in altri contesti dove le metodologie di calcolo sono considerate complesse e di difficile lettura soprattutto per la valutazione finale. 

Ecco il caso, ancor oggi d’incomparabile eccezionalità, verificatosi nei bilanci 2011 delle principali banche italiane: si tratta delle rettifiche per oltre trenta miliardi di euro che risultano dal calcolo degli impairment test degli Intangibles

I bilanci 2011 di Unicredit e di Intesa Sanpaolo hanno effettuato rettifiche per circa 10 miliardi ciascuna, Banca Monte Paschi di Siena per circa 4,5 miliardi e UBI e Banco Popolare per circa 2,2 miliardi ciascuna. L’effetto di tali rettifiche applicate al conto economico è formidabile sul risultato netto, anche se l’impatto negativo viene solo parzialmente mitigato dal beneficio fiscale che, grazie a sottili cavilli legali, sembrerebbe estensibile all’intero ammontare della rettifica eventualmente spalmabile nel tempo. 

E proprio qui nasce la domanda di come gli amministratori indipendenti possono affrontare un caso del genere, che non è più un “caso di scuola” ma un caso concreto, per di più miliardario. L’amministratore indipendente dovrebbe verificare sia la ragionevolezza dei risultati dell’impairment test, sia la completezza dell’analisi. 
Umanamente parlando, il problema non è semplice data la mole complessiva di tutte le documentazioni da esaminare e l’eccesso di burocrazia cui sono assoggettati gli attuali metodi di Corporate governance. 
In un articolo pubblicato su “Uomini & Business” nello scorso mese aprile 2, Giovanni Cavallini ben sintetizza l’annosa questione dell’eccesso di carta e di procedure di controllo che si incrociano, enumerando con tono affaticato tutti i soggetti che in una società quotata si occupano in qualche modo di controllo e di corporate governance: Collegio sindacale, Revisori esterni, Comitato di controllo interno, Organismo di vigilanza, Comitato di analisi e prevenzione rischi, Internal audit, Comitato per l’esame delle operazioni con parti correlate, Preposto alla redazione delle informazioni contabili, Amministratore esecutivo sovrintendente il sistema di controllo interno, Preposto al controllo interno, ai quali vanno aggiunti anche il Comitato remunerazione ed il Comitato nomine … 
Non si può non condividere l’affermazione conclusiva di Cavallini – “E’ necessaria ed urgente una riforma complessiva della Corporate governance” – perché tutto dovrebbe essere più umanamente gestibile e realmente utile alla società. Senza dimenticare che in proposito, sulla questione degli impairment test relativi agli Intangiblesdei bilanci bancari del 2011, il 1° agosto 2012, le due associazioni di difesa dei consumatori, Adusbef (l’associazione di difesa dei consumatori e degli utenti bancari, finanziari ed assicurativi) e la Federconsumatori, hanno pubblicato il seguente comunicato stampa: 

“Federconsumatori e Adusbef hanno dato mandato ai loro legali, supportati da un pool di analisti finanziari indipendenti, di inoltrare oggi un esposto alle Procure della Repubblica di Milano, Roma e Trani sulla adeguatezza e correttezza delle rettifiche alle poste di bilancio immateriali che nell’anno 2011 hanno comportato complessivamente per le principali banche italiane rettifiche per circa 30 miliardi di euro. 
Occorre, dunque, verificare nel merito e con modalità quantitative se e come gli “impairment test” (procedure di valutazione del valore delle acquisizioni societarie a valori correnti) in base alle quali sono state giustificate le rettifiche ai bilanci 2011 siano corrette. 
In altri termini, l’ipotesi da verificare è se sia avvenuto nel tempo una sorta di accumulo di rettifiche potenziali inespresse di anno in anno, che però non hanno dato luogo a rettifiche coerenti in quegli anni (rettifiche dovute stando alle norme che sovrintedono la redazione del bilancio) e che tale accumulazione sia arrivata al suo culmine proprio nel bilancio 2011 e che abbia comportato una rettifica globale e complessiva (30 miliardi) ma che in realtà sarebbe stata affetta di quote di pertinenza degli anni precedenti. 
In questo caso, dunque, se si dovesse verificare che le rettifiche non siano state adeguatamente calcolate ed applicate alle voci intangibili del bilancio, i risultati economici degli anni precedenti risulterebbero dunque amplificati, mentre il risultato economico dell’anno 2011 assai impattato dall’ammontare globale di queste rettifiche. 
L’amplificazione dei risultati degli anni precedenti avrebbe, quindi, potuto comportare dei benefici economici non dovuti (premi produzione, emolumenti, liquidazioni, ad esempio) proprio per quegli amministratori che negli anni precedenti avevano il compito di sovrintendere l’applicazione e correttezza delle norme che prescrivono, invece, di adeguare in ciascun bilancio i valori secondo un fair value corrente.” 


C’è da chiedersi se non siano queste due Associazioni ad aver applicato per prime uno “smell test” più sensato.

Note

1. http://www2.econ.iastate.edu/classes/econ502/tesfatsion/Solow.StateOfMacro.CongressionalTestimony.July2010.pdf. Da notare che i DGSE sono i modelli che vanno per la maggiore presso le banche centrali, compresa la BCE.

2. http://www.uominiebusiness.it/default.aspx?c=637&a=22811&tag=Corporate-governance.

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