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BIBLIOTECA NED a cura di Paola Schwizer

Mara Monti (2011), L’Italia dei crack, Newton Comton Editori, 288 pp., € 9,90.

Un regalo di Natale amaro, ma utile per rileggere i fatti – ormai numerosi – degli ultimi anni: è il libro della giornalista del Sole 24 Ore Mara Monti, in uscita in questi giorni e dedicato ai più famosi e recenti scandali societari italiani. 

In 288 pagine, con una brillante introduzione di Orazio Carabini, vice direttore de L’Espresso, l’autrice ci porta in un viaggio tra le vittime, gli artefici e i mandanti delle più grandi truffe finanziarie del decennio, denso di fatti di cronaca e di particolari noti e meno noti. 

I casi recenti di Parmalat, Cirio, Giacomelli, Freedomland, Finmatica e Italease sono ricostruiti con ampi dettagli, lucidità e rigore. Si mettono in luce gli aspetti di malfunzionamento del sistema finanziario italiano, gli intrecci tra le imprese e le banche, le aree di fallimento dei controlli, i possibili conflitti d’interesse dei revisori, dei sindaci e dei consiglieri. Nelle storie si svelano misteri e retroscena, facendo tesoro anche delle sentenze emesse dai Tribunali. 

Si tratta di casi precedenti alla crisi finanziaria scoppiata nel 2007, che a molti sembrano già cosa vecchia, superata, simbolo di un’altra epoca. La narrazione di Mara Monti aiuta però a distinguere tra le colpe dei singoli e le presunte “responsabilità” del sistema bancario, tra gli aspetti economico-finanziari e quelli giudiziari, tra fatti e cronaca giornalistica. 
Milioni di euro andati in fumo. Migliaia di risparmiatori truffati. Una giustizia lenta, ma inesorabile. Nei 14 capitoli del volume, si ricostruiscono gli stratagemmi ideati per truccare i bilanci, gli investimenti sospetti, le relazioni pericolose tra banchieri e industriali, gli intrecci tra politica e finanza, i suicidi dai contorni strani. 
Tutto questo serve non solo a ricordare, ma a prevenire. Aiuta a conoscere le modalità con cui l’attività di impresa può essere stravolta per compiere delitti a vantaggio di singole persone e dell’impresa stessa, nel breve periodo, ma con ricadute pesantissime per il sistema economico e per i risparmiatori. Insegna come costruire barriere più alte, sistemi di controllo più efficaci, regole e procedure di prevenzione più mirate, che promuovano una cultura della legalità di impresa e rafforzino la tutela per chi con queste imprese opera e vuole continuare ad operare.  

copertina del libro Audit Committee Guidance for European CompaniesecoDa (2011), Audit Committee Guidance for European Companies, scaricabile gratuitamente dal sito http://www.ecoda.org/audit_guidance.html

Continuano i lavori in EcoDa, European Confederation of Directors’ Associations. E’ stata pubblicata in settembre la nuova guida all’attività del Comitato di Audit, prodotta con il supporto di KPMG. Partendo dal presupposto che la crescente complessità del contesto e delle imprese impone al Comitato di Audit di rafforzare la consapevolezza del proprio ruolo per poter fornire un contributo efficace alla creazione di un “no-surprise environment”, in nove capitoli, la guida declina i compiti del Comitato, i metodi di lavoro e le relazioni con le altre funzioni di controllo. 

Ecco i punti salienti. In merito alle scelte di composizione, si auspica un buon grado di indipendenza. Rispetto a quanto comunemente ritenuto una best practice, e sottolineato anche dai Codici di autodisciplina e dalle normative di settore, la guida sottolinea peraltro l’importanza di avere in Comitato anche alcuni esecutivi (CEO e CFO addirittura), in virtù del contributo informativo e di conoscenza dell’impresa da essi fornito. Un passo indietro quindi? Al contrario. La guida ribadisce l’importanza di processi di valutazione obiettivi, di cui deve farsi garante il presidente del Comitato, e di un adeguato livello di competenza, in materia di accounting, finanza e di audit, dei rispettivi componenti. I processi di nomina devono mirare a portare in Comitato persone di indiscussa integrità, capaci di porre domande sfidanti e puntuali e di affrontare il dibattito in modo costruttivo, di interagire in modo positivo con gli altri membri, con il consiglio e con il management e, naturalmente, in grado di dedicare il massimo impegno all’attività del Comitato. 

Ampio spazio è dedicato nella guida all’impostazione delle attività di controllo di competenza del Comitato. Si forniscono suggerimenti e principi per lo scambio informativo con il consiglio di amministrazione e con gli altri organi aziendali, ma anche schemi di analisi per valutare l’adeguatezza delle informazioni ricevute. Allo stesso tempo, si delineano utili e semplici modelli di controllo dell’operato dei sindaci e della funzione di internal auditing, del sistema dei controlli interni e delle attività di risk management. Infine, la guida sottolinea l’importanza di una adeguato assessment dell’efficacia dei lavori del Comitato stesso, anche a garanzia della relativa indipendenza di giudizio. Nei singoli passaggi, l’Associazione è attenta a evidenziare i profili di compliance con l’VIII Direttiva della Commissione Europea (c.d. Direttiva Audit) e le aree in cui i diversi sistemi normativi nazionali possono determinare maggiore o minore discrezionalità rispetto ai principi enunciati. 

Il documento è ricco di spunti, che devono essere interpretati rispetto alle specificità delle singole imprese e della rispettiva propensione al rischio. Ma il messaggio arriva forte e chiaro: le funzioni del Comitato hanno un rilievo fondamentale; le aree di intervento sono ampie e numerose; il rigore nei metodi e nei comportamenti è indispensabile; l’attenzione ai dettagli, e ai segnali deboli di anomalia provenienti dalla struttura aziendale, deve essere massima. EcoDa ritiene che i Comitati di Audit, anche quelli che operano da lunga data, possano beneficiare dal confronto fra le proprie prassi e quelle descritte nel documento, in uno sforzo di analisi critica, personalizzazione e miglioramento continuo della propria attività. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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