Imprese e Imprenditori

Adempimento collaborativo, boom di adesioni ma il modello resta per pochi

Nel 2025 quasi triplicate le nuove ammissioni al regime di cooperative compliance: crescono i numeri, ma l’accesso resta concentrato sulle grandi imprese

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L’adempimento collaborativo accelera e chiude il 2025 con un deciso balzo in avanti. Le nuove imprese ammesse al regime sono state 78, portando il totale complessivo a 221 soggetti. Un risultato che l’Agenzia delle Entrate presenta come la conferma del successo di un modello fondato su dialogo preventivo e trasparenza tra Fisco e contribuenti, ma che solleva anche interrogativi sulla reale portata sistemica dell’istituto.

Il dato numerico è indubbiamente significativo. Fino a pochi anni fa, la cooperative compliance appariva come uno strumento di nicchia: 19 ammissioni nel 2023, 31 nel 2024, poi l’impennata del 2025. Una crescita che coincide con l’intervento normativo del decreto correttivo Irpef-Ires (Dlgs n. 192/2025), che ha sbloccato le istanze presentate nel 2024 e ha concesso più tempo alle imprese per completare la certificazione del sistema di gestione del rischio fiscale, ora rinviata al 30 settembre 2026.

Tra le nuove ammesse figurano gruppi di primo piano del panorama economico nazionale, attivi nei settori finanziario, farmaceutico, automobilistico ed energetico. Insieme agli altri aderenti, queste imprese rappresentano oltre 49 miliardi di euro di imponibile. Numeri che spiegano perché l’Agenzia punti molto su questo strumento: intercettare grandi contribuenti, ridurre il contenzioso e spostare il rapporto fiscale su un terreno di confronto anticipato anziché repressivo.

Una platea ancora ristretta

Eppure, proprio qui emerge il primo nodo critico. A dieci anni dall’introduzione dell’adempimento collaborativo, la platea resta ristretta e fortemente selettiva. Anche considerando le progressive riduzioni della soglia dimensionale – 500 milioni di euro di volume d’affari dal 2026 e 100 milioni dal 2028 – il regime rimane, nei fatti, appannaggio delle grandi e grandissime imprese. L’obiettivo dichiarato di arrivare a una platea potenziale di oltre 11mila aziende appare ambizioso, ma lontano, soprattutto se si considera il costo organizzativo e culturale richiesto per dotarsi di un sistema strutturato di gestione del rischio fiscale.

Il modello presuppone infatti una governance fiscale evoluta, processi formalizzati, tracciabilità delle decisioni e un dialogo continuo con l’Amministrazione finanziaria. Requisiti che possono tradursi in un vantaggio competitivo per i gruppi più strutturati, ma che rischiano di accentuare il divario con il resto del tessuto produttivo, fatto in larga parte di medie imprese che difficilmente dispongono delle stesse risorse.

Negoziazione continua?

C’è poi un tema di equilibrio nel rapporto tra Stato e contribuente. L’adempimento collaborativo promette certezza del diritto e riduzione del rischio fiscale, ma implica anche un’interlocuzione costante che, secondo alcuni osservatori, può trasformarsi in una forma di “negoziazione permanente” riservata a pochi. Il rischio è che il principio di uguaglianza davanti al fisco venga percepito come indebolito, se i benefici del dialogo preventivo restano concentrati su una minoranza selezionata.

Il roadshow promosso dall’Agenzia delle Entrate nel 2025 va letto anche in questa chiave: da un lato informare e attrarre nuovi aderenti, dall’altro legittimare un istituto che, pur crescendo, non è ancora entrato nella cultura fiscale diffusa. La vera sfida dei prossimi anni non sarà solo aumentare i numeri, ma dimostrare che la cooperative compliance può diventare uno strumento di sistema, capace di migliorare il rapporto tra fisco e imprese senza creare corsie preferenziali.

Il boom di adesioni del 2025 segna dunque un passaggio importante, ma non conclusivo. L’adempimento collaborativo funziona, almeno per chi può permetterselo. Resta da capire se saprà evolvere da modello d’élite a leva strutturale di modernizzazione del sistema tributario italiano.

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