Governare il cambiamento climatico: una priorità (ancora) per le aziende
Il progressivo affrancamento dai combustibili fossili è un fatto di autonomia strategica, di sicurezza e di riduzione dei costi, e non una mera istanza ambientalista. Il punto di vista dell’esperto di Chapter Zero Italy-The Nedcommunity Climate Forum
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Oggi è forse più facile spiegare perché non occuparsi di cambiamento climatico. Ma questo sarebbe un modo di ragionare di breve periodo, conflittuale con una stabile generazione di valore – che poi è l’obiettivo prioritario delle imprese. Vediamo perché.
Caduta d’interesse?
Gli osservatori, anche quelli più disattenti, avranno colto facilmente i segnali di una (chiamiamola) caduta di interesse per il tema del cambiamento climatico. Molti ricorderanno il Drill, baby, drill (copyright Sarah Palin, 2008, diventato poi il claim pro-fossili della campagna elettorale e del secondo mandato di Donald Trump), cui ha fatto seguito l’uscita degli USA dall’Accordo di Parigi (avvenuta lo scorso gennaio), il disconoscimento delle consolidate evidenze scientifiche sul ruolo delle emissioni di GHG nel determinare le modificazioni del clima (ribadito all’Assemblea generale delle Nazioni Unite), la marcia indietro della SEC sulla norma del 2024 per una dettagliata rendicontazione delle emissioni da parte delle società quotate e infine la revoca del provvedimento che – fin dal 2009, definendo l’inquinamento da gas serra un rischio per la salute pubblica – costituiva la base giuridica per limitare le emissioni di gas serra negli USA.
Molti allo stesso modo avranno inteso come l’Unione Europea abbia circoscritto, attenuato e in parte smantellato gli obblighi di compliance e di disclosure climatica per le imprese (elenchiamo qui solo le sigle più rilevanti: CSRD, CSDDDD, ESRS, CBAM) o letto in queste settimane della pressione di alcuni Paesi europei (tra cui il nostro) per la sospensione del sistema ETS. Un orientamento politico, normativo e in parte culturale che è andato consolidandosi negli ultimi due anni, e che ha portato a un parallelo riorientamento del sistema finanziario rispetto al tema generale della sostenibilità, specie da parte dei gestori americani.
Focus resiliente
Ma ci sono anche – a volerli vedere – segnali contrari. Senza un preciso ordine gerarchico, proviamo ad elencarne alcuni. I gestori europei, dopo un primo periodo di disorientamento, hanno mantenuto ferma la preferenza per gli investimenti a bassa intensità carbonica, e i fondi ESG sono tornati negli ultimi trimestri ad avere flussi netti attivi. Importanti fondi pensione e investitori istituzionali (sì, sempre europei) continuano a richiedere alle società di gestione, cui affidano i mandati, di tenere in adeguata considerazione le questioni climatiche, considerandole una leva essenziale di riduzione del rischio.
E ancora: mentre arrancano gli impegni nazionali per la lotta al cambiamento climatico, la Cina assume per la prima volta l’impegno a ridurre le emissioni. Cina che nel 2025 ha installato circa 2/3 della nuova capacità rinnovabile globale. Del resto, oltre il 90% di tale nuova capacità è in grado di fornire energia elettrica a un costo inferiore rispetto all’alternativa fossile più economica. E l’Unione Europea ha confermato i propri target climatici al 2030 (-55% rispetto al 1990) e al 2040 (-90%), e l’obiettivo della neutralità climatica al 2050.
I vantaggi della sostenibilità
Abbiamo del resto ripetute prove che la lotta al cambiamento climatico, e con essa il progressivo affrancamento dai combustibili fossili, è un fatto di autonomia strategica, di sicurezza e di riduzione dei costi, e non una mera istanza ambientalista. Basti ricordare quanto successo negli ultimi quattro anni: prima la difficoltosa (e ancora incompleta) rinuncia al gas russo, poi la crisi dello stretto di Bab el-Mandeb e da ultimo la “chiusura” dello stretto di Hormuz. Risultato: in questi giorni di crisi internazionale la Spagna, che ha decisamente puntato sulle rinnovabili (60% dell’elettricità), paga l’elettricità 14 euro/MWh, contro i più di 100 dell’Italia.
E poi ci sono i costi spesso sottostimati del mancato adattamento al clima già cambiato, che nella sostanza, per le imprese, significano continuità operativa, difesa fisica degli asset e conservazione del loro valore economico, ritorno sul capitale investito, generazione di cassa, struttura dei costi. Senza dimenticare il profilo reputazionale e, non ultima, la tenuta del modello di business.

