Sostenibilità

Greenwashing: i cda chiamati a vigilare

La Direttiva (UE) 2024/825 fa rientrare nel novero delle pratiche sleali l’utilizzo di marchi di sostenibilità privi di certificazioni riconosciute e le affermazioni ambientali non supportate da evidenze verificabili. I board e gli amministratori sono quindi chiamati a presidiare anche i rischi legati a queste comunicazioni fallaci

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Con la Direttiva (UE) 2024/825 l’Unione europea compie un passo deciso nel contrasto al greenwashing. L’intervento normativo modifica la disciplina delle pratiche commerciali sleali e introduce un principio destinato ad avere un impatto rilevante sulla governance delle imprese: la sostenibilità comunicata al mercato deve essere dimostrabile, verificabile e non fuorviante. La Direttiva recepita in Italia entro il 27/03 chiede alle aziende di adeguarsi entro il 27 settembre prossimo.

Non si tratta soltanto di sanzionare dichiarazioni ambientali ingannevoli. La direttiva mira a ripulire il mercato da quelle narrazioni “verdi” prive di fondamento che negli ultimi anni hanno accompagnato molte strategie di comunicazione aziendale. Tra le pratiche ora considerate sleali rientrano l’utilizzo di marchi di sostenibilità privi di certificazioni riconosciute, le affermazioni ambientali generiche – come “green”, “eco” o “climate neutral” – non supportate da evidenze verificabili, nonché la presentazione di requisiti già obbligatori per legge come se costituissero un vantaggio competitivo.

Indipendenti in prima linea

Il punto, tuttavia, è più profondo e riguarda direttamente i consigli di amministrazione. La sostenibilità non è più solo un tema di marketing o di reputazione. Con l’evoluzione della normativa europea – dalla finanza sostenibile alla rendicontazione ESG – la qualità e l’affidabilità delle informazioni ambientali e sociali diventano una questione di governance e di responsabilità degli amministratori.

In questo contesto il ruolo degli amministratori indipendenti assume un’importanza crescente. Gli indipendenti sono chiamati, per loro natura, a presidiare i rischi strategici e a garantire un controllo critico sulle scelte aziendali. Tra questi rischi rientra oggi anche quello di greenwashing, che non è soltanto reputazionale ma sempre più giuridico e regolatorio.

Per i consigli di amministrazione questo significa interrogarsi sulla solidità delle politiche ESG e sulla coerenza tra ciò che l’impresa dichiara e ciò che effettivamente realizza. Le affermazioni di sostenibilità sono supportate da dati verificabili? Le politiche ambientali e sociali sono integrate nella strategia aziendale e nella supply chain? I sistemi di reporting e di comunicazione sono giuridicamente robusti?

Sono domande che non possono essere affrontate solo sul piano economico o comunicativo. La sostenibilità, oggi, è anche – e sempre più – una materia giuridica. Eppure, nelle imprese continua a essere percepita prevalentemente come un ambito gestito da consulenti strategici, economisti o specialisti del marketing.

Il giurista della sostenibilità

Manca spesso una figura chiave: il giurista della sostenibilità. Il contributo del giurista in questo campo è fondamentale. È la figura che studia e interpreta il quadro normativo in continua evoluzione, supporta la redazione delle numerose policy richieste dagli standard ESG, fornisce pareri su tematiche sensibili come i green claims, contribuisce alla costruzione dei modelli organizzativi e dei sistemi di controllo, affianca l’impresa nella redazione del bilancio di sostenibilità e nelle questioni di responsabilità ambientale.

Il giurista della sostenibilità è, per natura, una figura interdisciplinare: unisce diritto ambientale, diritto d’impresa, governance e finanza sostenibile. Per i consigli di amministrazione – e in particolare per gli amministratori indipendenti – questo significa riconoscere che la sostenibilità non può essere delegata esclusivamente a funzioni tecniche o di comunicazione. Richiede competenze giuridiche specialistiche e una governance capace di garantire coerenza tra strategia, processi e comunicazione commerciale.

Perché nella transizione ecologica non è più sufficiente dichiararsi sostenibili. Bisogna dimostrarlo, con rigore giuridico e responsabilità di governance.

Caterina Alessia Dibitonto: avvocato, consulente e docente universitaria di diritto dello sviluppo sostenibile

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