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Questa  rubrica promossa dalla Presidenza intende alimentare un dialogo costruttivo con gli Associati che desiderano dare il loro contributo di idee, suggerimenti e critiche per la crescita della Comunità. 
In questo numero ospitiamo l’intervista a Giancarlo Pagliarini (*) che ringraziamo per aver accettato di rispondere alle nostre domande.
Questa è l’ottava intervista che pubblichiamo in questa rubrica dedicata al dialogo con gli Associati. 
La prima è stata fatta a Gianmaria Gros Pietro nel numero di luglio 2010 (N° 4);
la seconda a Giovanni Maria Garegnani nel numero di ottobre 2010 (N° 5);
la terza a Carolyn Dittmeier nel numero di gennaio 2011 (N°6);
la quarta a Mario Noera nel numero di aprile 2011 (N°7);
la quinta a Maria Luisa Di Battista nel numero di luglio 2011 (N° 8);
la sesta a Ferruccio Carminati nel numero di ottobre 2011 (N° 9);
la settima a Salvatore Maccarone nel numero di gennaio 2012 (N° 10).

Che cosa non va in Italia nella governance?

A mio giudizio quello che non va in Italia è … il “sistema paese” Italia.  
Nel 1948 Fabio Cusin scriveva “ Sono convinto che una parte determinante degli italiani  abbia una vera vocazione all’economia collettivista, considerata l’incoercibile vocazione alla paga pubblica” (Antistoria d’Italia. Torino, Einaudi, 1948). 
Dopo più di sessant’anni le considerazioni di quel grande storico triestino sono più che mai valide. Questo significa che nel nostro sistema paese c’è poca conoscenza e pochissimo rispetto  per le regole del mercato. Un esempio di questa “cultura” sono i partiti politici, che in realtà operano come veri e propri uffici di collocamento. Tra poco, nel mese di ottobre, scadrà  il mandato decennale del Governatore della banca centrale della Nuova Zelanda . Per la ricerca del successore è stata fatta una inserzione sull’Economist  (vedi pagina 16 dell’Economist del 4 febbraio 2012) e il governo ha affidato a una società di cacciatori di teste internazionale  la ricerca del  candidato. 
Da noi, invece, si scatenano lotte all’ultimo sangue tra i partiti politici per la nomina del vice presidente di una bocciofila. Sul Corriere Economia del 19 Giugno 2006 si leggeva: “Intorno alle società pubbliche c’è una vera e propria rete di potere e di interessi. Gli incarichi spesso vengono conferiti o per piazzare chi è tagliato fuori dalle elezioni o chi deve essere ripagato di altri lavori o servizi resi qua e là nel tempo. Elargire cariche è anche un modo per creare consenso e per pagare indirettamente la macchina della politica”. Questa prassi è ormai consolidata nel nostro Paese ed è caratterizzata da, chiamiamole così, “radici culturali” molto profonde. E’ ormai comunemente accettato come se fosse cosa ovvia e logica che i partiti politici, di fatto, nominino presidenti, amministratori, amministratori delegati,  direttori generali e giù giù alle altre posizioni di enti e di società, sia pubbliche che private. Questo significa che purtroppo gli amministratori indipendenti sono ancora delle rarità biologiche e che anche le migliori  regole di governance vengono spesso disattese.

Quali i rimedi per migliorarne la qualità?

Tanti anni fa Marco Vitale scriveva “Si condivide o no la necessità che l’impresa, pubblica o privata, questo soggetto fondamentale dello sviluppo economico, che è sostanzialmente ignorato dalla Costituzione, sia riconosciuto e inquadrato secondo principi essenziali ma efficaci” (Una Costituzione per rifare l’Italia, sul Sole 24 Ore del 9 Dicembre 1990). Questa integrazione della nostra Costituzione genererebbe la diffusione in tutto il paese di principi di controllo interno, di controlli indipendenti e di governance razionale ancora  inapplicati in molte imprese e addirittura “misteriosi” per molte (troppe!) pubbliche amministrazioni, compreso lo Stato, alcune Regioni e numerosi Comuni.

Cosa si aspetta da Nedcommunity e cosa suggerirebbe?

Considero straordinario il lavoro culturale che sta facendo Nedcommunity. Per alcuni versi mi ricorda  le vere e proprie “battaglie” fatte dall’AIAF (Associazione Italiana degli Analisti Finanziari) alla fine degli anni ‘70 per far cambiare la (a quei tempi) pessima prassi dei “certificati peritali” della Borsa di Milano e per diffondere l’ABC dei bilanci consolidati e della revisione contabile indipendente. 
Un suggerimento? Diffondere la conoscenza e il rispetto per il valore sociale del principio di indipendenza. Mi spiego con due esempi: società di revisione e sindaci sono scelti e pagati dalle società, ma il loro cliente è il pubblico, ed essi devono lavorare per il pubblico, indipendentemente da chi li sceglie e da chi paga. 
Anche un  membro del Parlamento è scelto (dovrebbe essere scelto: oggi in Italia non è così) dagli elettori, ma il suo “cliente” è (dovrebbe essere)  il pubblico, ed egli  deve (dovrebbe)  lavorare per la collettività, indipendentemente da chi lo ha votato. Queste considerazioni a mio giudizio valgono anche per gli amministratori indipendenti.

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