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Sostenibilità allo “sportello”, gli ESG entrano in banca

L’integrazione dei fattori “Environmental”, “Social” e “Governance” anche negli istituti di credito può aiutare a ridurre l’esposizione ai rischi e fa bene ai bilanci. La ricerca del Politecnico di Milano presentata nel corso di un webinar Nedcommunity

Getty Images

Non ci potrà essere davvero una transizione verso l’economia sostenibile senza un ruolo centrale delle banche. Per questo motivo le tematiche ESG devono essere incorporate nella loro azione strategica. Un cambiamento che, però, sta avvenendo lentamente dal punto di vista operativo, meno sul fronte della consapevolezza. Il dato emerge da una ricerca condotta dal Politecnico di Milano intitolata “ESG, Finanza Sostenibile e Banche in Italia: stato dell’arte e prospettive”, presentata il 19 luglio nel corso di un webinar organizzato da Nedcommunity. Lo studio che ha coinvolto 13 banche italiane (pari al 71% dell’attivo consolidato dell’intero settore creditizio), firmato da Marco Giorgino, professore Ordinario di Financial Markets and Institutions e membro dell’associazione, “ha messo in evidenza in sostanza un quadro non del tutto negativo nel quale a una consapevolezza molto forte sull’importanza strategica dei fattori ESG fa da contraltare, però, un non adeguato approccio sul fronte delle azioni concrete, dei prodotti e in particolare del risk management”.

I numeri parlano chiaro: il 67% non integra i fattori ESG nelle tecniche di gestione del rischio mentre il 76% considera raramente o mai i rischi ESG nel processo di concessione del credito. Ma non solo: il 91% delle banche eroga prestiti integrando valutazioni  ESG al di sotto del 25% del flusso di credito e il 78% gestisce i rischi ESG solo come fonte di rischio reputazionale. D’altro canto, il 75% divulga comunque le informazioni ESG ma come qualità il reporting può migliorare. “A ostacolare l’integrazione degli ESG nell’attività delle banche – spiega il docente – intervengono soprattutto requisiti normativi da consolidare, mancanza di dati e competenze ancora da far crescere e spacializzare. Rimane a volte ancora non chiara la valutazione delle opportunità in logica di sviluppo del business“.

Oltre la compliance

Ce ne è abbastanza per sospettare un mero rispetto formale sul piano della compliance, anche se le cose in realtà non stanno esattamente in questo modo. Secondo Pier Carlo Padoan, presidente UniCredit e ministro dell’Economia e delle finanze nei governi Renzi e Gentiloni il cambiamento, almeno sul piano della governance, è in atto. “Unicredit ha introdotto un comitato ESG che interagisce molto con quello rischi. La governance operativa della banca è stata impattata in maniera importante ma adesso la sfida per tutti è rappresentata dalla necessità di imparare a trattare non un singolo fattore di rischio ESG ma la loro interazione. Ricordiamoci che poi ESG è anche ‘S’: esiste un tema di social impact banking che non può essere ignorato”. Da un altro punto di vista, però, Padoan mette in guardia: “In generale mi considero un ESG fanatic, perché di certo questi fattori rappresentano il paradigma del futuro ma per diventar operativo deve essere portato sul terreno della concretezza e tradotto in norme. In questa fase temo un rischio di eccesso di euforia”.

La transizione è quindi iniziata come ha sottolineato anche il presidente di Nedcommunity, Maria Pierdicchi: “La volontà di aumentare il focus sulla sostenibilità con comitati dedicati, come abbiamo visto, cresce anche nelle banche. In questo senso mi sento di mettere in evidenza il tema cruciale delle competenze manageriali che si dimostrano fondamentali per portare avanti questa trasformazione. Allo stesso momento si fa chiara la consapevolezza da parte delle banche di avere la necessità di poter contare su strumenti precisi in grado di valutare rischi e opportunità legati ai fattori ESG. Senza di questi la transizione sarà più difficoltosa”.

Il nodo “dati”

In sostanza siamo di fronte un panorama fatto di luci e di ombre. Per il commissario della Consob, Paolo Ciocca, fra queste ultime bisogna annoverare “eccessive differenze sul fronte del reporting tra Ue e Usa ma anche una scarsa correlazione tra agenzie di rating, per non parlare dei dati ancora scarsi e spesso difficilmente comparabili”. E proprio sui dati si è soffermata anche Alexia Giugni, country head Italy at DWS Group: “Good decisions need good data. Per chi investe è fondamentale che le informazioni disponibili siano affidabili e verificabili perché soltanto in questo modo potranno consentire una valutazione precisa della catena del valore. Si tratta di una sfida non da poco per i gestori”.

Una sfida che le banche potrebbero essere chiamate ad affrontare anche adottando metodologie inedite secondo Andrea Munari, presidente BNL, Gruppo BNP Paribas. “La domanda di green asset è enorme ed è anche probabile che gli istituti provino ad emettere bond catastrofici perché soffriranno nei loro bilanci se molte attività subiranno gli effetti negativi dal cambiamento climatico. Un aspetto, questo, tipico più del mondo assicurativo”.

Quel che è certo, ha concluso Alessandro Carretta, professore ordinario di Economia degli intermediari finanziari nell’Università di Roma Tor Vergata e consigliere direttivo Nedcommunity è che “la convenienza e l’opportunità di un cambiamento in questa direzione è fondamentale, e anche se sono stati compiuti passi nella direzione giusta, la strada per una reale e concreta integrazione di questa fattori è appena iniziata”.

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