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Ricordando Alberto Alesina

Il noto economista italiano, scomparso il mese scorso, era docente alla Harvard University negli Usa

Di Alberto Alesina, economista italiano tra i più apprezzati al mondo, scomparso improvvisamente il 23 maggio, si è scritto molto in questi giorni. Ho avuto la fortuna e il privilegio di essergli amica sin dai tempi dell’Università Bocconi e di condividere con lui esperienze di vita e professionali, confronti su tematiche sociali ed economiche, dibattiti su come poter contribuire nei nostri rispettivi ruoli mantenendo fede a quei valori e ideali a cui entrambi ci siamo ispirati e che ci hanno tenuti uniti.

Illustri economisti da tutto il mondo hanno spiegato in questi giorni perché è stato un economista di gran valore, originale, eclettico, pioniere dei legami tra economia e politica. Ripensando ai suoi tanti contributi ho ritenuto utile condividere con la nostra comunità alcuni tratti di Alberto, forse meno sottolineati, ma che credo possano essere motivo di riflessione per noi.

Alberto era un pensatore libero, a volte provocatore, qualche volta sin troppo diretto ma sempre acuto, capace di cogliere in parole semplici problemi e dilemmi complessi. Ha saputo cogliere aspetti “scomodi” che impedivano al nostro Paese di cambiare o di affrontare i temi economici in un’ottica diversa. Nell’esercitare la sua libertà di pensiero e interpretazione di dati, Alberto voleva sentirsi libero di essere critico, ancorché in modo costruttivo e propositivo, verso chiunque, persino verso la sua Alma Mater Università Bocconi, a cui era profondamente affezionato e di cui apprezzava docenti e studenti. Lo ha ricordato il Prof. Monti nel suo bellissimo pezzo sul Corriere di domenica. Il pensatore libero è colui che non ha paura di suscitare perplessità, critiche, momenti di sconveniente attrito. Lui si faceva forza del suo desiderio di contribuire sempre, di evitare “complacency” e di sostenere ogni sua posizione con dati, analisi, competenza e umiltà. Non temeva di essere scomodo, sentiva profondamente la sua missione di evitare ogni ambiguità e mettere la riflessione scientifica al centro di ogni dibattito.

Alberto sapeva ascoltare, non pretendeva di essere esperto di tutto. Leggete il suo articolo recente, scritto con Francesco Giavazzi (4 maggio, Corriere) sui tuttologi che dominano i media italiani. Alberto chiedeva e ascoltava esperienze diverse, voleva capire come funzionavano contesti a lui non così noti, come i Consigli di amministrazione di banche e società o le regole di governance per la gestione dei conflitti di interesse. Con lui ho avuto modo di avere conversazioni estremamente pacate e produttive sui temi più vari, dai  rating sovrani, alla gestione delle crisi bancarie, al  funzionamento dei cda e al gender e pay gap. Alberto voleva capire e si metteva in ascolto nonostante la sua grande seniority, e ti stupiva sempre con domande difficili e puntuali. Ho sempre ammirato la sua voglia di capire di più e di confrontarsi con colleghi e amici di diverse esperienze e background.

Alberto aveva una passione genuina per migliorare la società attraverso regole e policies economiche. Le sue proposte su come ridurre  il gender gap in Italia sono state forse le uniche elaborate da un economista uomo che vedeva nello spreco dei talenti femminili una assurda dispersione di potenziale di ricchezza e diversità (ricordiamo i contributi su politiche di sostegno ad una maggior tasso di occupazione femminile insieme ad Andrea Ichino). Alberto associava i talenti delle sue studentesse al potenziale inesperesso del nostro Paese e lo spiegava  sia con meccanismi economici di esclusione che con aspetti culturali profondi (memorabile il libro “Italia fatta in casa “ sul familismo  sociale scritto con Andrea Ichino nel 2009).

Alberto aveva nel suo DNA il senso dell’indipendenza del pensiero. Non ha mai voluto assumere incarichi di consigliere di amministrazione o altri incarichi politici, nonostante le innumerevoli proposte, per poter essere libero di fare lo studioso ed esprimersi su qualsiasi tematica economica senza doppi cappelli o potenziali conflitti. Certamente se fosse stato un NED avrebbe svolto il suo ruolo con la massima indipendenza, ma l’idea di dover definire anche solo i confini di indipendenza lo inquietava. Anteponeva sempre la sua passione per la ricerca e l’analisi. E riconosceva che di certe materie “non ne sapeva granché”.

In sostanza Alberto aveva fatto suoi molti principi di buona governance: lo studio e l’agire informato, non trarre mai conclusioni senza le dovute analisi e confronti; contribuire in maniera indipendente e non temere  di essere a volte “scomodo”; lavorare con gli altri e fare tesoro di esperienze  per lanciare nuove idee e proposte; ricercare sempre una maggiore trasparenza evitando giudizi sommari, ma guardando ai fenomeni col supporto di dati e analisi; incrociare strumenti e discipline diverse per capire i problemi e proporre soluzioni.

Caro Alberto, ci mancherai anche per questo tuo modo di essere e di ispirarci ad un lavoro appassionato e sempre migliore. 

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