Italia ai vertici in UE per la presenza di donne nei Cda
Il 30 giugno 2026 è scaduto il termine fissato dall’Unione Europea per adeguarsi alla normativa relativa alla presenza delle quote minime di genere nei consigli di amministrazione. Qual è la situazione, in Italia e in Europa?
Illustration and Painting
30 giugno 2026. A quasi 4 anni dalla sua entrata in vigore, qualche settimana fa è scattato il termine ultimo fissato per le grandi società quotate in Unione Europea, per adeguarsi alla normativa 2022/2381, denominata “Women on Boards”. Obiettivo della legge: avere nei propri cda un 40% di rappresentazione del sesso femminile tra gli amministratori non esecutivi e al 33% tra tutti gli amministratori.
Arrivati al termine ultimo, quali sono i risultati di questa direttiva a livello europeo? La prima notizia è che il nostro Paese, per una volta, si trova ai vertici della classifica. Secondo il Rapporto Consob 2025 sulla Corporate Governance, in Italia le donne occupano ormai il 43,6% degli incarichi nei consigli di amministrazione e il 40,5% di quelli negli organi di controllo, percentuali che confermano il consolidamento degli effetti della normativa sulle quote di genere. In circa una società su cinque la componente femminile è pari o superiore a quella maschile, una quota in costante crescita negli ultimi anni.
La situazione in Europa
Meglio di noi solo la Francia, dove le donne, nei board, sono il 47% del totale. Poco meno di una su due. Seguono Danimarca, Paesi Bassi e Svezia, con quote vicine o superiori al 40% Dietro questo gruppo di Paesi avanzati si trova un altro gruppo di Stati in fase di adeguamento ma in forte crescita. Germania e Austria si posizionano intorno al 36-38%, Belgio e Portogallo al 33-34%. Anche la Spagna ha registrato una forte accelerazione negli ultimi anni, collocandosi ormai sopra la media europea. Restano invece in coda Ungheria e Cipro, dove le donne occupano appena l’11% dei posti nei board delle società quotate.
Su ad e presidente c’è ancora molto da fare
Il segreto del grande risultato dell’Italia è dovuto al fatto che il nostro Paese è partito per tempo. Già nel 2011 la Legge Golfo-Mosca imponeva una quota del 40% per il genere meno rappresentato nei consigli di amministrazione delle società quotate e a controllo pubblico. Risultato raggiunto e soffitto di cristallo ormai infranto, quindi? Non proprio. Sempre secondo il Rapporto Consob 2025 sulla Corporate Governance, in Italia il progresso numerico non si traduce ancora in una presenza altrettanto significativa nei ruoli di vertice. A fine 2025 le società guidate da un’amministratrice delegata sono 17, una in meno rispetto all’anno precedente, si tratta solo del 2,2% del totale. mentre le presidenti scendono da 24 a 21, 11,3%. Un arretramento che evidenzia come il percorso verso una leadership realmente inclusiva sia ancora incompiuto.
Le motivazioni della direttiva
Ma perché è importante favorire la presenza femminile nei ruoli di dirigenza? Prima di tutto per colmare un’oggettiva sottorappresentazione. Nel momento di approvazione della legge la percentuale di donne nei Cda europei cresceva a un ritmo inferiore all’1% all’anno. Nei cda esistenti, infatti, esisteva una tendenza inconscia a cooptare membri simili a loro, e quindi uomini, escludendo profili femminili altamente qualificati. Nonostante le donne rappresentino circa il 60% dei laureati dell’Unione Europea.
Risultati migliori con cda diversificati
Ma il motivo per aprire i ruoli decisionali alle donne va ben oltre una volontà di equità. Le società in cui i consigli di amministrazione sono diversificati al loro interno hanno performance migliori. Lo dimostrano diverse ricerche.
Già nel 2019 lo studio “Data Shows That Diverse Boards Create More Value” di FCLTGlobal aveva analizzato la composizione dei consigli di amministrazione a livello globale, riscontrando che i Cda più diversificati generano un incremento medio del 3,3% del rendimento sul capitale investito (ROIC) rispetto ai board con la minore eterogeneità di genere
Il rapporto McKinsey & Company “Diversity Matters Even More” del 2023 evidenzia il più forte legame economico mai registrato tra diversità nella leadership e successo finanziario. Secondo lo studio aziende con alto livello di diversità hanno il 39% di probabilità in più di sovraperformare rispetto ai concorrenti. Oltre al profitto, lo studio dimostra un impatto olistico positivo su sostenibilità (ESG) e benessere dei dipendenti, individuando nel 30% di presenza femminile nel top management una soglia critica per la crescita. Rispettare la direttiva europea, quindi, porterebbe anche guadagni e successo aziendale.

