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Dnf, in aumento le dichiarazioni volontarie

Il dato emerge dalla quarta edizione della survey realizzata da Nedcommunity e da Kpmg. L’evoluzione del reporting di sostenibilità alla luce della nuova Csrd

Getty Images

Sempre più aziende, anche se non obbligate, si affacciano alla rendicontazione non finanziaria, a conferma della diffusione di una maggiore attenzione nei confronti della sostenibilità, considerata un valore aggiunto che aiuta a vincere le sfide del mercato. Il dato emerge dalla quarta edizione della survey sull’applicazione del D.lgs. 254/2016 realizzata da Nedcommunity e da Kpmg, presentata nel corso di un webinar il 12 ottobre 2021. Rispetto al 2019, quando erano state appena 13, nel 2020 le aziende che hanno deciso di realizzare una DNF su base volontaria sono state 19. Una buona notizia alla luce del varo da parte dell’UE della nuova Csrd (Corporate Sustainability Reporting Directive), la bozza di direttiva che estende l’obbligo di rendicontazione a tutte le grandi imprese, a tutte le banche e a tutte le assicurazioni europee quotate o non, nonché a tutte le società quotate, con la sola eccezione delle micro-imprese quotate.

Come ha spiegato Carolyn Dittmeier, Coordinatrice Reflection Group “La governance in materia di rischi e controlli” di Nedcommunity “l’evoluzione in questo ambito è ormai evidentissima e assistiamo, oltre a evidenti sviluppi e chiari miglioramenti nella presentazione della Dnf sulla base dell’attuale normativa, anche ai primi tentativi di prepararsi all’introduzione di quella nuova”.

Un’evoluzione messa nero su bianco dalla ricerca realizzata da Nedcommunity e da Kpmg le cui principali evidenze sono state analizzate da PierMario Barzaghi, Partner, KPMG Advisory. “Con la nuova direttiva assisteremo a un allargamento del perimetro di applicazione delle dichiarazioni non finanziarie ma non solo: verrà previsto uno standard  per agevolare la comparabilità e l’obbligo di adozione di un formato elettronico. In questo momento dall’analisi effettuata su 203 Dnf del 2020 spiccano la presentazione volontaria di 19 dichiarazioni e una caratteristica molto italiana: la Dnf rimane un documento distinto, solo il 21% lo integra nella Relazione sulla gestione. Un aspetto questo in contrasto con la proposta della nuova direttiva. Fra i temi materiali si nota come la diversity stia assumendo importanza crescente”.

Elisabetta Magistretti, membro del Collegio dei Saggi e del Reflection Group “La governance in materia di rischi e controlli” ha sottolineato gli aspetti di criticità legati alla bozza della nuova direttiva ma anche alcune opportunità per i consiglieri indipendenti. “Pur essendo una grande sostenitrice della sostenibilità vedo un problema molto concreto: rischiamo di non completare un ciclo per avviarne subito un altro. La nuova direttiva vale anche per le Pmi che saranno chiamate a nuovi e gravosi adempimenti. Saranno pronte? In questa transizione vedo un ruolo centrale per i ned: a loro spetta il compito di assicurarsi che tutte le strutture dell’azienda  siano coinvolte e che sia creata una cabina di regia molto chiara, condivisa, perché chi si occupa di sostenibilità possa farlo in stretta collaborazione con chi lavora ai bilanci finanziari”.

Secondo Francesca Mariotti, direttore generale di Confindustria, “bisogna far comprendere alle imprese che questi adempimenti rappresentano soprattutto un’opportunità soprattutto perché è il mercato che chiede maggiore attenzione ai temi della sostenibilità”.

Per Patrizia Giangualano, membro del Consiglio Direttivo, Nedcommunity “le aziende familiari stanno affrontando il tema della sostenibilità in maniera positiva facendo propri quei fattori abilitanti che stanno contribuendo ad accelerare la trasformazione in chiave Esg delle aziende”. Un trasformazione confermata dalle testimonianze degli ospiti del webinar.

Barbara Cimmino, head of Corporate Social Responsability di Yamamay ricorda che l’azienda “ha varato il secondo bilancio volontario in formato digitale: abbiamo cercato di essere molto precisi sulle metriche, consapevoli da tempo che la sostenibilità generi efficienza, aiuti a migliorare i prodotti e le performance aziendali. La dimostrazione l’abbiamo avuta durante la pandemia quando ci siamo trovati ad affrontare difficoltà economiche importanti tanto da essere costretti a chiedere un prestito bancario. Sono certa che non avremmo avuto questa linea di credito se non avessimo provveduto a integrare le politiche di sostenibilità all’interno del nostro piano industriale. Oggi stiamo utilizzando i big data in chiave di crescita sostenibile per calibrare la produzione sulla richiesta effettiva e mappando anche i nuovi rischi”.

Mario Nardi, amministratore delegato del Gruppo Pietro Fiorentini, azienda specializzata nello sviluppo di tecnologie per il trasporto di gas naturale ammette che “il nostro settore è fra i più esposti in merito alle tematiche della transizione energetica, per questo motivo nei nostri processi abbiamo sempre cercato di eliminare gli sprechi adottando concretamente una logica di sostenibilità ambientale”.

Secondo Marco Nocivelli, amministratore delegato di Epta, azienda specializzata nella refrigerazione industriale “ci troviamo all’inizio di un percorso che presenta molte analogie con quello intrapreso negli anni Ottanta quando si iniziò a parlare genericamente di ‘qualità’ fino ad arrivare a una vera e propria definizione normativa attraverso standard e certificazioni condivise. Lo stesso sta accadendo con la sostenibilità. Noi siamo pronti: l’anno prossimo presenteremo un bilancio integrato anche se vi assicuro che non è semplice da realizzare”.

Per i grandi gruppi multinazionali il rispetto dei principi di sostenibilità non può prescindere dal coinvolgimento dell’intera catena dei fornitori. Come racconta Costantino Chessa, head of Procurement di Eni  “parliamo di 10mila aziende, oltre 6mila italiane, il 60% delle quali Pmi. Da quando abbiamo introdotto la Dnf ci siamo resi conto che le aziende di grandi dimensioni riuscivano a fornire informazioni dettagliate in merito all’adozione di standard di sostenibilità ma quelle più piccole mostravano evidenti difficoltà. Spesso abbiamo riscontrato un problema di carattere culturale legato al fatto che la sostenibilità è spesso vissuta come un vincolo di compliance piuttosto che come un’opportunità di business. Per questo motivo abbiamo deciso di rendere disponibile una piattaforma digitale, Open es, che fa leva sulla condivisione di informazioni. Totalmente gratuita consente la misurazione di performance di sostenibilità attraverso un questionario anonimo. Inoltre dà la possibilità di elaborare una piccola Dnf, primo passo verso una vera e propria dichiarazione. Oggi sono oltre 1.700 le aziende che la usano”.

Rimane però il nodo di un standard condiviso in merito al bilancio di sostenibilità. Secondo Massimo Tezzon, segretario generale della Fondazione OIC “imprese che lavorano con l’estero hanno la necessità di parlare un linguaggio accettato anche oltreconfine. OIC sta supportando l’Efrag in questa attività di omologazione che aiuterà non poco le nostre aziende a essere più efficienti e competitive”.

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