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Governance: per Consob indipendenti presenza strutturale

Secondo la quattordicesima edizione del consueto report dell’autorità di vigilanza dei mercati finanziari, quasi la totalità delle società quotate ha nel proprio cda un ned. Cala il numero di donne nei ruoli apicali

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Tante luci ma anche diverse ombre. Lo stato di salute della corporate governance in Italia è buono secondo il consueto Rapporto sulle quotate italiane, rilasciato da Consob nel luglio scorso e presentato a Roma il 16 settembre, anche se non mancano chiari segnali premonitori di qualche “acciacco”. Iniziando dal bicchiere mezzo pieno convincono in particolare i numeri (anno 2025) relativi agli amministratori indipendenti che rappresentano ormai una presenza strutturale: il 98,4% delle società ne include almeno uno ai sensi del TUF, con un peso medio sul board pari al 51,4%, più elevato nel comparto finanziario (62,6%) e nel Ftse Mib (68,4%).

Altre evidenze positive di questa quattordicesima edizione provengono dalla presenza di consiglieri di minoranza: se ne conta almeno uno nel 70 per cento delle 185 società quotate. Inoltre, si assiste a una maggiore rotazione degli incarichi (nel 2024 il dato si fermava al 66,6).

Avanza il monistico

Sul fronte dei modelli di corporate governance adottati in Italia è ancora prevalente il tradizionale (un cda che gestisce e amministra e un collegio sindacale che vigila sul rispetto delle norme e dello statuto). Da qualche anno però si nota un netto avanzamento del modello monistico (un cda al cui interno opera un comitato di controllo sulla gestione composto in maggioranza da indipendenti): nel 2025 le 9 società che utilizzano questo sistema rappresentavano il 24 per cento della capitalizzazione di mercato in crescita di 4 punti rispetto all’anno precedente.

Assemblee sempre partecipate

La partecipazione alle assemblee delle società del Ftse Mib (indice che racchiude le 40 società a maggiore capitalizzazione della Borsa) rimane un tratto distintivo della governance made in Italy: si registra un dato pari al 73 per cento del capitale in aumento dal 71,5 per cento del 2024. Sempre centrale il ruolo degli investitori istituzionali. Quelli intervenuti nel 2025 rappresentano complessivamente il 34,1% del capitale sociale, di cui il 32,1% è riconducibile a investitori esteri, in aumento rispetto al 30,9% rilevato nel 2024, mentre il restante 2% fa capo agli istituzionali domestici, in leggera diminuzione rispetto al 2,9% dell’anno precedente.

Rimanendo nell’ambito assembleare si nota un calo a fine 2025 del voto maggiorato previsto nello statuto di 68 emittenti (72 nel 2024), rappresentativi del 12,4% del valore totale di mercato. La riduzione del numero di società con voto maggiorato è prevalentemente dovuta al delisting nel corso del 2025 di alcune società che lo prevedevano.

Quote rosa in chiaroscuro

Passando al bicchiere mezzo vuoto spicca il calo della presenza delle donne in ruolo apicali (presidente e amministratore delegato). Se nel 2024 si contavano 24 presidenti donne nel 2025 il numero si è ridotto a 21. Flessione più contenuta per le amministratrici delegate (sono passate da 18 a 17). A fine 2025 la quota degli incarichi ricoperti da donne sfiora il 44% del totale degli incarichi da amministratore e il 41% di quelli da componente degli organi di controllo, valori entrambi superiori alla quota di genere dei due quinti dell’organo prevista dalla legge 160/2019. 

In circa una società su cinque il genere femminile è ugualmente o più rappresentato rispetto a quello maschile nell’organo di amministrazione. In media in ogni board siedono 4,2 donne.

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